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Mister Grazioli apre il libro delle sue 600 panchine, 26 anni di vita a bordocampo: "Non mi fermo, troppa passione. Il vero calcio è quello dei dilettanti"

«Un traguardo importante, che fa piacere festeggiare, ma non definitivo. Già tra quattro anni, con un po' di fortuna, spero di toccare le 700». Gianandrea Grazioli è un allenatore fatto così, una vita scandita col calcio come unità di misura. Cifre che si inseguono dentro e fuori dal campo e che, domenica scorsa, sono arrivate a comporre un numero tondo, consistente, precoce. 600 panchine tra i dilettanti a soli 51 anni, 28 dei quali trascorsi da capo allenatore; circa 54.000 minuti - l'equivalente di 37 giorni e mezzo - di camminate nervose, urla e passione nel confine bianco, spesso oltraggiato, di un'area tecnica.

«Prima delle partite solitamente cerco di stemperare la tensione dei ragazzi, abbasso un po' i toni senza però distoglierli dalla concentrazione del momento. Ma domenica ero io quello nervoso prima della gara, un'agitazione che derivava proprio da questo traguardo. Non volevo che il risultato rovinasse la festa». No, nessun party crasher, non il Solleone perlomeno, bensì il regalo più bello che una squadra possa fare al proprio allenatore: una vittoria. «A inizio carriera uno non ci pensa, invece dopo tanti anni diventa un obiettivo importante; io l'ho raggiunto presto, perché presto ho cominciato il cammino».

Forzatamente, complice l'infortunio al ginocchio che chiude a 23 anni la carriera di giocatore dell'allora esterno di centrocampo del Salò. Ora quel ragazzo è diventato l'uomo maturo che guida il Valtenesi in Seconda. Concentrato sul presente, ma, almeno per stavolta, affettuoso nei confronti del suo passato: «Non abbiamo previsto festeggiamenti, ma in accordo con la società non faremo pagare l'ingresso al campo per la partita casalinga di domenica prossima. Sarebbe bello se vecchi amici, giocatori e dirigenti con cui ho condiviso parte di questi anni da allenatore mi venissero a trovare. Quelli che non devono giocare, ovviamente».

Il calcio al centro di tutto, un fuoco che non ha mai smesso di ardere, semmai si è trasformato. Giocatore, allenatore, studioso, talent scout: tante fiammelle che bruciano football. «La mia è una passione vera, che non è mai stata un peso; ho sempre gestito la convivenza tra calcio e lavoro, tra calcio e famiglia. Sono innamorato di questo sport, di quello dilettanti in particolare; nei periodi in cui non allenavo andavo sempre a vedere partite e ai professionisti ho sempre preferito i dilettanti, perché il calcio vero si gioca qui, sui campi di provincia. Da anni tengo via tutto quello che riguarda la mia vita nel calcio, dai ritagli di giornale alle statistiche, fino ai voti che ho sempre dato ai miei giocatori, partita per partita. In occasione di queste 600 panchine avrei voluto fare una tabella con vittorie e sconfitte, con i risultati della mia partita numero 100, numero 200, e così via, ma non sono riuscito coi tempi. Quando tutto finirà, tra tanti anni, mi piacerebbe raccogliere e sintetizzare tutto in qualcosa che rimanga, magari un libro. Ora non ho tempo, devo ancora allenare».

E dire che, dopo l'esperienza conclusa in Valsabbia, mancando proposte per mantenere la categoria, Grazioli avrebbe potuto ritagliarsi più tempo per sè, aspettando l'offerta giusta. «Sì, sarei potuto rimanere un anno alla finestra, ma torniamo al punto di prima, la passione per questo sport, che mi ha convinto a rimettermi in gioco scendendo ancora di un gradino, ripartendo dalla Seconda», ovvero molto vicino a dove aveva iniziato, continuando a tracciare quella lunga parabola che ha nelle giovanili della Benaco Salò e poi nell'avventura in Terza col Roè il suo principio, nell'anno in Eccellenza col Nuvolera il suo punto apicale e nell'approdo alla Valtenesi la continuazione di una lenta discesa. «Tutto vero, ma non sono preoccupato per questo, non ho nulla da rimproverarmi. Ci sono stati esoneri, per fortuna pochissimi, ma ad esempio posso dire di non essere mai retrocesso. È capitato mi mandassero via prima che succedesse, ma credo di aver sempre tirato fuori il meglio possibile dalle mie squadre e al momento degli esoneri la situazione non è mai stata critica. Ho sempre tenuto buoni rapporti con tutti i ds con cui ho lavorato e una delle cose che mi fanno più piacere è la stima che mi riconoscono miei ex giocatori e anche avversari. Il punto più alto è stato certamente la vittoria della Promozione con il Nuvolera e l'anno successivo in Eccellenza, ma il successo dipende anche dagli obiettivi reali di una squadra. A volte una salvezza vale quanto un campionato vinto. A me è accaduto a Nave, quando sfiorammo i play off con una squadra che avrebbe dovuto lottare per non retrocedere».

1989-2017, da Salò a Polpenazze, giovanili e prime squadre, il Garda come trait d'union. Il calcio di allora e quello di oggi, invece, sembrano avere pochi elementi di contatto. D'altronde di mezzo c'è passata più di una generazione di allenatori e giocatori. «Iniziai per vocazione, questo ruolo me lo sentivo dentro e già mentre giocavo davo una mano con le squadre della scuola calcio a Salò; tuttavia non sono mai stato un allenatore in campo, anche perché una volta quand'eri giovane non ti potevi permettere di andare sopra le righe. Non parlavo, ma ascoltavo e guardavo ogni cosa, cercando di imparare». Creare un proprio metodo partendo da basi acquisite, ma seguendo una filosofia abbastanza distante dal modo di fare calcio corrente. «La metodica di allenamento non mi piaceva molto: correre, correre e correre. C'era anche molto pressapochismo, poca preparazione, ma di quel periodo ho mantenuto la volontà di spiegare sul campo, non alla lavagna o, come si usa ora, attraverso i video. "Io devo giocare a calcio", pensavo, "devo toccare la palla". Una volta diventato capo allenatore ho cercato quindi di sviluppare un mio stile, fatto di possesso palla, di controllo; i punti di riferimento negli anni sono stati Sacchi, Guardiola, Sarri, ma il primissimo fu Bontempi. Arrivava a Salò dal settore giovanile, era il momento in cui stava prendendo piede la rivoluzione sacchiana, portò aria nuova, anche se faceva fare anche lui tantissima corsa. Quello il punto di partenza per costruire il mio calcio, che ho cercato di portare ovunque, a prescindere dalle categorie. Da una parte è vero che nei dilettanti non puoi raggiungere livelli altissimi di bel gioco, ma è altrettanto vero che questo gioco lo si possa fare in tutte le categorie, anche in Seconda. L'espressione migliore la raggiunsi a Nuvolera, anche perché avevo del materiale di grande qualità, come gli ex pro Abeni e Pelati; lì vissi la partita più incredibile, nell'anno precedente la promozione in Eccellenza: Nuvolera-Asola 3-0 dopo 3 minuti e 40 secondi dal fischio d'inizio, la partenza perfetta. A Roè in Seconda, invece, il finale più emozionante: subimmo lo 0-2 al 93', in 2 minuti rimontammo fino al 2-2».

Per poter sviluppare un approccio al calcio propositivo non bastano le belle idee, serve che il gruppo ti segua e occorre uno staff che parli la tua stessa lingua. La spalla più importante di mister Grazioli, in questo senso, è sempre stato il preparatore atletico. «Ebbi la fortuna di iniziare insieme a Pellegrini, uno dei primi a considerare il pallone strumentale rispetto alla parte atletica. Da lì in poi ho sempre cercato preparatori giovani, con idee evolute e la mia stessa visione del calcio. Ora Pellegrini è alla Lazio, ma ricordo Bonatti - che è stato anche mio giocatore - e Angeli, o Pasini, arrivato alla Primavera dell'Atalanta, o ancora Raccagni, attualmente alla Berretti del Salò. Al Valtenesi con me adesso c'è Raco, ragazzo con qualità. Tutti questi li ho scelti da freschi laureati e poi hanno preso il volo». Un talent scout non di giocatori, ma di preparatori atletici.

Più si entra in profondità nella materia tecnica, più si aprono temi e possibili discussioni. Moduli: «Li disegno in base ai giocatori: a Nuvolera e Castegnato 4-4-2 per sfruttare le fasce, a Nave 4-2-3-1, quest'anno 4-3-3. La mia base è la difesa a quattro, poi il sistema lo modello su misura. Ma non è lo schema di gioco che fa la vittoria, è il collegamento positivo tra le undici teste in campo». Vivere le partite: «Sono come un giocatore che sta giocando, partecipo attivamente. Forse è perché mi manca qualcosa, la mia carriera da calciatore è finita presto, la sto continuando dalla panchina». Giovani: «La categoria migliore per iniziare ad allenare sono gli Allievi. Hanno voglia, attenzione e aspettative, cominciano ad essere uomini fisicamente. Mentre nella Juniores entrano in gioco altri fattori: alcuni sanno già che non continueranno, altri sono di passaggio verso la prima squadra, quindi è più difficile motivarli. In più quando li allenavo io si giocava la domenica mattina, e sappiamo che un teenager il sabato sera non è necessariamente affidabile. Fortunatamente la Figc ha poi cambiato giorno». Differenze tra categorie: «Più sali più devi lavorare sulla psicologia, perché l'impegno è già più o meno garantito. Più scendi e più, al contrario, devi essere bravo a stimolare la voglia di allenarsi». Corsi e ricorsi: «Il calcio di una volta sta tornando, c'è sempre un ritorno al passato, basta guardare agli ultimi trend. Prendiamo il 3-5-2: il difensore tra i due centrali non si chiamerà più "libero", ma ci assomiglia molto. La cosa importante è essere sempre aggiornati. Ad esempio a me piace andare a guardare gli allenamenti dei giovani allenatori, c'è sempre qualcosa di nuovo da imparare».

Potremo continuare per altre cento righe, prendendo un tema a caso e destrutturandolo sotto la lente a potenza ottica Grazioli. Ma poi alla fine per raccontare una persona bisogna quasi sempre tornare alle persone, raccontare di uomini e rapporti tra uomini. Tra queste connessioni ce n'è una speciale, iniziata tanti anni fa ma sempre rinnovata nel tempo, quella con il ds Angelo Orlandini: «Io avevo chiuso col Villanuova, lui era appena retrocesso con il Nuvolera dall'Eccellenza alla Promozione. Mi propose di allenare, il budget era esiguo ma accettai. Raggiungemmo grandi risultati senza spendere chissà quanto, sempre ai play off e poi addirittura il salto in Eccellenza. Al momento del mio esonero lui non era presente, a causa di un lutto famigliare. Sono sicuro mi avrebbe difeso, mi avrebbe "salvato". Dopo quell'esperienza siamo sempre rimasti in contatto, ci ritrovavamo per andare a vedere partite insieme. Quest'estate, dopo tre anni che mi faceva la corte, sono tornato a lavorare per lui, al Valtenesi. Il nostro obiettivo è essere protagonisti in un campionato che a mio parere ha alzato il suo livello, oggi assomiglia ad una Prima. Domenica inizia una serie di quattro-cinque partite di scontri diretti, si deciderà già qualcosa della nostra stagione».

Con le porte dello stadio aperte a nuovi e vecchi amici sarà un po' più facile affrontare il San Carlo, prossimo ostacolo sulla strada. Sarà, ancora una volta, un po' più emozionante. Ma è per queste emozioni che mister Grazioli ha passato di slancio le 600. Davanti a sé ancora centinaia di avventure da vivere dentro ed oltre il confine bianco di un'area tecnica.

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