Riflessioni sul vivaio - L'allenatore di bambini e ragazzi è un educatore?

Redazione

Inauguriamo oggi una nuova rubrica: "Riflessioni sul vivaio". Pubblicheremo spunti e opinioni su tematiche legate al calcio giovanile, firmate da Simone Susio, educatore, allenatore e formatore. Speriamo che questi articoli siano portatori di un confronto costruttivo su temi delicati e vitali per il nostro sport, da approfondire sui nostri canali. Il contributo dei lettori è ovviamente gradito.

 

Il calcio dei bambini non è quello degli adulti! Affermazione talmente sentita e ripetuta da essere ormai superata. Eppure si assiste ancora ad allenamenti durante i quali gli allenatori insegnano le sovrapposizioni di Neymar su Cavani per la categoria esordienti, oppure richiedono un fitto tiki-taka per la categoria pulcini.

 

A vedere tali esercizi, magari bellissimi, mi sono però sempre posto delle domande: ma è proprio questo allenare nel settore giovanile? Siamo sicuri che far svolgere esercitazioni specifiche per i grandi sia rispettoso nei confronti dei piccoli atleti? Il piccolo calciatore, soprattutto dai 6 ai 14 anni, non è una cavia bensì il soggetto dell’azione sportiva, il protagonista dello show, ovvero colui che dà senso al ruolo di allenatore e che manifesta durante ogni allenamento o partita i propri bisogni.

 

Se per bisogno intendiamo ciò che una persona deve possedere per crescere, svilupparsi, condurre una vita soddisfacente e avere una buona “salute” è altrettanto evidente quanto sia importante svolgere allenamenti che tengano in considerazione degli aspetti educativi e non solo tecnici per ogni bambino. Pensiero scontato? Forse. Ma l’allenatore di settore giovanile è spesso succube del proprio narcisismo e delle richieste dei dirigenti verso la propria squadra e dimentica quanto sia importante proteggere le azioni educative connaturate nel ruolo stesso.

 

E’ un aspetto condiviso che svolgere l’attività di mister nel settore giovanile oggigiorno sia un’azione complessa che comporti molto più che la semplice trasmissione di conoscenze tecnico-motorie, ma che debba fare i conti con competenze di tipo pedagogico e questioni etiche. Per tale ragione l’azione di allenare necessita, allo stato attuale, di andare oltre l’iper-specializzazione, per arrivare all’azione pedagogica nella sua globalità, dove al centro c’è la persona e non l’atto sportivo, e in cui il bambino non sia misurato solo sulla performance, ma come persona nella sua complessità: alunno, figlio, musicista…

 

Ascoltare i bambini e dare importanza a ciò che loro fanno o chiedono, fa si che siano maggiormente motivati a partecipare alle attività sportive e permette loro di mettersi alla prova in ogni allenamento. Tali aspetti rappresentano obiettivi fondamentali per ogni percorso di crescita sportiva. Alcuni allenatori durante i corsi di formazioni mi dicono: “Ma io non faccio l’educatore o lo psicologo, io alleno!”. Ricordo loro che pochi bambini che alleniamo diventeranno calciatori, ma tutti sicuramente diventeranno uomini.

 

Simone Susio 
Metodo Oblò

 

mc foot

transped foot