Il tridente di Clerici: genitori, insegnanti e allenatori. Con lui in migliaia sono diventati grandi sognando

Redazione

“Ho sempre detto ai miei ragazzi che per diventare grandi bisogna appoggiarsi su tre colonne portanti: famiglia, scuola e pallone, poi viene tutto il resto”.

 

L'eredità di Roberto Clerici è tutta in questa frase, in un concetto che va oltre i trofei, i traguardi e le ambizioni di cui lo sport si fa portatore. E' l'aforisma più prezioso, quello di cui il calcio e la società odierna hanno estremo bisogno. Diventare grandi nel calcio è una sfida avvincente, ma conta affermarsi soprattutto nella vita.

 

Clerici lo sapeva bene, anche se era uno specialista nella semina di talenti e ne ha visti sbocciare parecchi. “In realtà - ammetteva - sono pochissimi quelli che ce la fanno, e spesso non sono nemmeno i più bravi, ma per tutti quelli che si avvicinano a questo sport c’è la possibilità di crescere e migliorarsi come persone. Il calcio è una scuola di vita. Si diventa grandi ascoltando i genitori e gli insegnanti, ma anche gli allenatori”.

 

Per 37 anni Clerici ha cercato di fare questo, trasformando la sua passione più profonda nella sua vita quotidiana e dando forma ad una creatura per certi versi unica e straordinaria: la Voluntas. “Quando andavo a osservare i giovani cercavo di individuare una qualità importante che spiccasse in modo evidente - raccontava -, poteva essere la velocità, il dribbling, la resistenza o la visione di gioco. Ci deve essere qualcosa di speciale nel ragazzo, poi sul resto si può lavorare”. 

 

Aveva un occhio di riguardo per la tecnica: “Io dico sempre che il calcio è come la matematica. Il problema è la partita, le tabelline sono la tecnica di base. Per trovare la soluzione bisogna conoscere le tabelline a menadito”.

 

Memorabili gli aneddoti su Pirlo: “Aveva solo 9 anni ma prima che ricevesse una mia indicazione aveva già eseguito il gesto tecnico ancora meglio di quanto potessi aspettarmi. Cosa ho provato quando è diventato campione del mondo? Impossibile spiegarlo a parole” ed Eugenio Corini: “Era straordinario. Voleva diventare a tutti i costi un calciatore. Lo portavo a camminare nell’acqua per irrobustirsi, intanto sua madre sferruzzava a bordo vasca”. 

 

Anche Bonera era nella lista dei suoi esempi più ricorrenti: “Nella crescita di un giocatore non c’è una regola precisa. Le variabili sono troppe. Da un lato c’è il dono di natura, dall’altro la crescita graduale nel tempo, come nel caso di Daniele”.

 

Promesse mantenute, ma non sempre è stato così. “Credevo molto in Alberti, Tagliani e in quel Bolpagni che chiamavano Platini. Erano eccezionali, ma a volte il talento non basta. Il segreto è nella testa e nello spirito di sacrificio. Un esempio da questo punto di vista è stato Leali. Si allenava quattro volte a settimana per tutto il giorno, poi tornava a casa nel Mantovano e studiava di sera. Un ragazzo d’oro”. 

 

L’elenco di tutti i giovani passati in casa biancoverde è lunghissimo e sabato mattina, nel giorno dell’addio (i funerali si terranno alle 10.30 nella parrocchia dei Cappuccini di via Milano) saranno in molti a dedicare un pensiero sincero al signor Clerici. La maggior parte di loro sono rimasti dei “signor nessuno”, ma anche grazie alla sua dedizione e al suo lavoro hanno rincorso per un breve o lungo tratto quel pallone che educa e guida, e che fa diventare grandi sognando.

Bruno Forza

 

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