Bentornato Eugenio. Le parole di Corini nel giorno della presentazione al Brescia

Redazione

Un cerchio che si chiude, un'emozione che sta alla base di tutto, ma che poi è incanalata nella direzione della razionalità. Il Corini che ieri si è (ri)presentato al Brescia da allenatore, 24 anni dopo il primo allenamento in bianco blu, da adolescente, assomiglia molto a quel giocatore che tutti abbiamo ammirato per tanti anni: elegante, essenziale, la testa al potere.

 

Il trionfo della brescianità si compie in una sala stampa gremita. Corini riesce in qualche modo a nascondere l'agitazione con parole misurate, un linguaggio perfetto e un sorriso pronto a trasmettere serenità. Si rimette al centro del campo, riceve stimoli e li restituisce con un'ordine quasi geometrico. Ma le emozioni sono forti e le mani non riescono a star ferme: giocherellando nervosamente con la fede tradisce tutto il fermento che ne completa la figura, rendendola ancora più prossima alla sua gente, alla sua terra.

 

Di seguito riportiamo le fasi salienti della conferenza stampa di presentazione, dividendole per punti tematici.

 

INTRODUZIONE

Questo è un giorno emozionante, sono di nuovo a casa. Provo molta gioia, ma anche un senso di grande responsabilità. Ho una grande possibilità, ringrazio il presidente Cellino e il direttore Marroccu per avermela concessa. Prima di iniziare voglio ricordare tre persone fondamentali, tre persone che hanno permesso ad un bambino di Bagnolo Mella di diventare un professionista. Innanzitutto Roberto Clerici, da poco scomparso, incontrato ad 11 anni dopo il mio passaggio alla Voluntas Brescia; per lui nutrirò sempre grande affetto e riconoscenza. A 14 anni entro nella grande famiglia del Brescia Calcio e con Guido Settembrino maturo molto, soprattutto caratterialmente, attraverso un rapporto profondo, per certi versi anche conflittuale; quel rapporto mi ha strutturato e mi ha trasmesso l'energia che mi ha portato poi ad esordire in prima squadra quel 3 gennaio '88, in Atalanta-Brescia, con Bruno Giorgi. Infine mister Cagni, conosciuto al primo ritiro in Primavera e avuto anche a Piacenza come allenatore; mi piace ricordare quello che ha saputo fare 2 anni fa, in un momento molto delicato della storia della squadra: la permanenza in B di quella stagione fu un passaggio chiave che ha poi permesso ad un imprenditore abile come Cellino di scegliere il Brescia per poterlo rilanciare e riportare in A.

 

LA SOCIETA'

La chiamata è stata una cosa inaspettata. Questo è un lavoro che ti insegna ad essere pronto, per questo col mio gruppo di lavoro siamo sempre rimasti in contatto, per non farci trovare impreparati al momento di una chiamata. Il presidente fa un grande lavoro per far crescere la società a prescindere dalla categoria, vuole rendere il club moderno, quindi implementarne le strutture, stadio compreso. Insieme coltiviamo la speranza di fare un campionato importante, poi è ovvio che lui voglia salire il prima possibile. Riguardo il carattere di presidenti come lui, come Zamparini, credo che per un allenatore il principio fondamentale sia la consapevolezza di chi sei, dei tuoi valori. Se ce l'hai puoi affrontare ogni sfida, sia quando sei in auge che quando ti trovi nelle difficoltà. Come ho detto ai giocatori, è nelle difficoltà che si vede il vero calciatore, perché è in quella condizione che ci si forma e si migliora, per essere capaci di cambiare l'inerzia. L'obiettivo mio è quello di rimanere a lungo, di iniziare un progetto duraturo; mi avevano proposto un rinnovo automatico in caso di permanenza in B, ma ho rifiutato, l'ho voluto solo nel caso di promozione in A. Se rimarremo in B e la fiducia della società sarà intatta, così come il rapporto, potranno offrirmi liberamente il rinnovo. Dev'esserci lealtà e voglia di costruire un futuro comune. Rapportarsi con la propria società per avviare un rapporto davvero sinergico non è una delle cose che ti insegnano a Coverciano e anch'io ho dovuto migliorare in questo. La chiarezza è il confine dell'autonomia che per me è invalicabile.

 

LA BRESCIANITA'

Trovo necessario scindere trasporto ed affetto con professionalità e progettualità. Certo, ti si deve accendere dentro qualcosa. Quello che mi si presenta davanti lo vedo tutto come uno stimolo, non come una preoccupazione. Sono bresciano e so cosa vogliono i bresciani, hanno la testa dura ma riconoscono il lavoro e la dedizione. Ci sarà sintonia piena con la mia gente, al di là delle critiche, costruttive o meno, che inevitabilmente arriveranno. La mamma era molto emozionata quando le ho dato la notizia, ma anche le mie sorelle; Bagnolo è in fermento, sono giorni felici per tutti; le emozioni sono fondamentali, poi però ci vogliono razionalità ed equilibrio. Io la mia brescianità l'ho portata in tutte le esperienze della mia carriera, ovunque io sia andato, fa parte di me; oggi ho la possibilità di riportarla a casa; ma davanti a tutto continuo a mettere dedizione e professionalità.

 

LA SQUADRA

Questa squadra mi intriga tanto, ho visto qualità, può far bene. Già prima aveva un'idea di gioco ben definita, la capacità di orientare le partite, è mancato qualcosa nella gestione del vantaggio. Ho trovato una squadra molto recettiva, prima di tutto abbiamo fatto una riunione in sala come presa di coscienza, prima di scendere in campo. Abbiamo messo in chiaro un paio di punti cardine per me fondamentali dal punto di vista mentale e psicologico, ho cercato di spiegare come lavoriamo io e il mio staff. La qualità non basta. Abbiamo tanti giovani, a maggior ragione serve formazione e crescita, che però deve arrivare da subito: il campionato è iniziato, io sono arrivato e in 8 giorni avremo 3 gare. A volte non sei tu a scegliere i tempi e la squadra, devi solo capire se ci sia margine per lavorare, se puoi essere un valore in quel contesto. Col Brescia ho riscontrato queste possibilità. La squadra è stata costruita con un'identità precisa; da casa, coi miei collaboratori, pensavamo spesso a quali squadre ci sarebbero piaciute nel caso di subentro in corsa, in B: il Brescia era una di queste per qualità complessiva della rosa. Giocare a 4 dietro in B è un grande vantaggio, il sistema che ci piacerebbe portare avanti è il 4-3-1-2, sia per fare densità nella zona centrale, sia perché abbiamo questa identità, anche se abbiamo in mente qualche adattamento. Un grosso errore sarebbe riconoscere in un giocatore la squadra, mentre è il giocatore che deve riconoscersi nella squadra; tutti i giocatori devono essere funzionali alla squadra, mi piacciono i calciatori umili che sanno lavorare dentro una squadra. Questo è quello che ho detto davanti a tutti, poi ci sarà modo di ribadirlo nei colloqui personali che avremo.

 

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