Hübner e il Brescia, un amore corrisposto: "Ero giocatore e tifoso. Mi sento bresciano"

Redazione

La nostalgia per lui è diventata maggiorenne, ma anche dopo 18 anni dalla sua ultima partita in maglia Rondinelle il suo posto nel cuore dei bresciani non sembra essersi spostato di un millimetro. Dario Hübner è sempre lì, al centro. Discorso reciproco: l'amore con l'ex cannoniere triestino resta corrisposto.

 

Il sondaggio proposto da CalcioBresciano.it metteva un po' in difficoltà il tifoso bresciano: scegliere un solo nome preferito tra gli Hübner, i Caracciolo, i Gritti, i Possanzini, i De Paoli e i Giuliani è stato difficilissimo, un pizzico crudele. E alzare la paletta in favore di Dario o Andrea, i due che si sono giocati il "titolo" in volata, è stato un po' come decidere se si vuole più bene a mamma o a papà. Alla fine l'ha spuntata il Bisonte sull'Airone, nonostante il record di gol in biancoblu appartenga al secondo. Ma con il primo, inutile negarlo, c'è sempre stato un feeling che usciva dal campo ed investiva la totalità della persona.

 

Probabilmente è stata questa la discriminante, ma per conoscere più a fondo il rapporto che lega Hübner alla città, alla squadra e al suo tifo, abbiamo composto il suo numero di telefono e ce lo siamo fatto raccontare direttamente da lui. «Il risultato del vostro sondaggio mi ha sorpreso e reso molto felice. Quando giocavo mi sono sempre sentito anche tifoso, queste dimostrazioni di affetto mi rendono ancora più contento ed appagato di quello che ho fatto». Ma quali sono le caratteristiche che hanno fatto nascere e accresciuto negli anni questo feeling così speciale? «Credo che i tifosi abbiano sempre apprezzato la mia semplicità e il mio modo di vivere il calcio: la mia forza di volontà, la voglia di lottare e non mollare mai. Non avevo grandi numeri, ma davo tutto».

 

Per tutti questi motivi, Dario è portato nel cuore anche da altre tifoserie italiane, quelle per cui ha segnato. Tanta passione condivisa, ma con Brescia si è andato anche oltre: «Dove ho giocato ho sempre saputo di rappresentare qualcosa di importante, ero orgoglioso di vestire la maglia. A maggior ragione a Brescia: ho avuto la fortuna di giocare con bresciani, come i Filippini, Pirlo, Diana, è stato naturale sentirmi uno di loro. Corioni per me è stato come un secondo padre, il Brescia è diventata la mia famiglia e coi tifosi è stato amore corrisposto. Posso dire di sentirmi bresciano. Ancora oggi quando giro per strada, magari in una delle mie passeggiate sul lago, oppure entro in un bar, capita spesso che mi fermino dei tifosi per fare due parole. Sono sempre affettuosi con me, e simpatici, per certi versi ricordano molto quelli romagnoli, conosciuti quand'ero al Cesena: per loro non conta il singolo giocatore, nemmeno se ti chiami Baggio; conta la squadra, la maglia, il senso di appartenenza. Poi certo, alcuni calciatori rimangono nel cuore e ripeto, sono molto felice di essere uno di questi».

 

Nel 2001 Hübner passava al Piacenza (per diventare il calciatore più anziano fino ad allora a vincere la classifica cannonieri di Serie A) e a Brescia arrivava il ventenne Andrea Caracciolo. Un passaggio di consegne per continuare a scrivere la storia del gol delle Rondinelle. «So quanto ha dato Andrea a questi colori. A dir la verità in un paio di circostanze abbiamo pure giocato insieme: erano partite di beneficienza, ritmi blandi in cui anche io potevo ancora far bella figura. Beh, devo dire che saremmo stati proprio una bella coppia: lui a lavorare di sponda, io ad attaccare la profondità. Ci saremmo integrati bene».

 

Non aver goduto sul campo di una coppia d'attacco così rimarrà forse un rimpianto. Ma c'è un luogo in cui esiste da sempre: nella top11 del cuore dei tifosi bresciani. Doppio bomber a spaventare qualunque difesa... con un Codino ad inventare alle loro spalle.

 

Matteo Carone