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Capitani coraggiosi - Daniele Fregoni, cuore pulsante della sorprendente Bedizzolese: "Mi sento fortunato in questa società, umile come me"

Per Kipling erano quei lupi di mare con la pelle erosa da vento e sale, coi quali non si poteva negoziare, che tenevano in mano un equipaggio con disciplina ed intransigenza, che sapevano insegnare con esempio e durezza la dignità del lavoro umile; per Baglioni e Morandi - voi e il buon Joseph Rudyard perdonerete il volo pindarico - sono coloro che hanno "il vento di una vita sulla faccia", "in un tempo senza età", coloro che fluttuano continuamente "tra la testa e il cuore".

Per noi di Calciobresciano.it sono tutto questo e molto di più, sono i condottieri cui piace battersi in prima linea, sono il riferimento cui rivolgersi quando si perde la bussola, sono i giocatori con più spiccata personalità, le voci forti nello spogliatoio, i menhir in mezzo al campo, gli uomini e le donne che sanno guardare a testa alta una responsabilità, caricandosela sulle spalle e alleggerendo i compagni. La nuova rubrica di calciobresciano.it è dedicata a loro, a chi cioè può fregiarsi di far parte del ristretto gruppo dei Capitani Coraggiosi che ogni domenica portano con orgoglio sui campi della provincia una fascia al braccio, riconoscendone il valore e avendo rispetto di ciò che rappresenta.

Ci sono capitani che si identificano con la società, con l'ambiente che li circonda, esaltandone le qualità positive. Quando, dopo aver girato un po' di campi, trovi quello in cui ti senti a casa, solitamente ti fermi. E, se anche parti, poi ci ritorni. A Daniele Fregoni è successo questo con Bedizzole, incontrata da giovane, riabbracciata a metà carriera, seppur per brevissimo tempo (e sopportando una cocente delusione), rivoluta pochi anni fa, per scontare un debito che sentiva aperto, ma soprattutto per rivedere volti amici, riassaporare il calore della piazza, tornare ad allenarsi e a giocare in un paese che non si era scordato di lui. Insomma, tornare a casa.

«A Bedizzole mi sono sempre sentito fortunato, l'umiltà e la voglia di lavorare che si respirano qui non sono comuni. Si può allenarsi e giocare tranquilli, non ci sono pressioni soffocanti, questo è il motivo principale per cui mi sono legato col tempo a questo ambiente. Io sono di Nuvolento, abito a Serle ma ho passato gran parte della mia carriera alla Bedizzolese, in occasioni e modi diversi, pure con guide societarie differenti. Ad inizio carriera feci 6 anni, poi ci tornai nell'anno della retrocessione, rimasi lì giusto per scendere dall'Eccellenza alla Promozione... dopo poche stagioni, però, il ds Danieli, che già avevo avuto a Castiglione, mi contattò e ci accordammo per il ritorno. Loro erano ancora in Promozione, avevo l'occasione per riportarli dove erano prima, potevo scontare quella sorta di debito che sentivo nei confronti della squadra. Fu una grande gioia riuscire a guadagnarsi nuovamente l'Eccellenza, insieme. Quella appena iniziata è la mia quinta stagione dopo il ritorno».

Classe '82, una vita tra Promozione ed Eccellenza, con l'acuto della C2 raggiunto a soli 17 anni, «grazie a Tavelli, che mi gettò nella mischia a Montichiari. Uno che mi ha insegnato molto». Non l'unico, tra i mister. «Ho sempre avuto allenatori che mi hanno dato tanto, non lo dico tanto per dire. Ad esempio Inverardi, o Manini, che ora è a Governolo, ognuno prezioso e con un modo di lavorare diverso. Un altro è Beccalossi, forse il più completo, anche dal punto di vista umano; dico così anche perché mi capitò di conoscerlo in un periodo delicato della mia vita, e lui dimostrò di esserci ancorché il motivo delle mie difficoltà non riguardasse il campo da gioco. Ora c'è Faini e con lui ho un rapporto ancora differente: è sempre stato un amico, ma da quando è il mio mister, almeno in campo, riusciamo entrambi a staccare e ad attenerci ai nostri ruoli; è bello ma non è facile».

Ragazzo umile in un luogo dove l'umiltà è posta in cima alla lista delle qualità da possedere; una squadra a sua immagine e somiglianza, che sa lottare e trova entusiasmo nell'allenarsi insieme a prescindere dalle qualità tecniche individuali, e in questa stagione ce ne sono parecchie. Un ex esterno (basso) di corsa e grinta, tramutato in centrocampista (basso) di rottura, che sa scherzare sui propri limiti («i piedi buoni li lascio agli altri»), ma che non scende a compromessi sul ruolo di spicco che, da qualche anno, riveste nello spogliatoio. «Da capitano cerco di avere un comportamento umile», parola sentita tante volte ma non per questo inflazionata, «metto a disposizione la mia esperienza. Cerco di trattare tutti allo stesso modo, voglio esserci nei momenti di bisogno, anche se questo significa rispondere al cellulare durante la settimana e parlare di argomenti extra calcio», d'altronde, l'esperienza personale insegna che queste cose possono fare la differenza. «In generale, cerco di mantenere nello spogliatoio le stesse caratteristiche positive che mi trovo ad esibire in campo, che si potrebbero riassumere in un atteggiamento: aiutare i miei compagni. Il ruolo di capitano va affrontato nel modo giusto, ad esempio i ragazzi bisogna responsabilizzarli, perché prima maturano meglio è per tutta la squadra; tuttavia non sono un gran bacchettatore». La maniera di indossare la fascia è stata "rubata" a fior di predecessori; come per i mister, ogni capitano avuto ha saputo stimolare il futuro leader in maniera diversa. «Li ricordo tutti con grande rispetto. Se dovessi dire a chi assomiglio di più, oggi, nel modo di portare la fascia, direi Novazzi, che ora allena a Desenzano. Il paradigma del capitano? Tagliani. Alla mano fuori dal campo, rigoroso ed esemplare non appena si allacciava gli scarpini».

Dopo un anno complicato, la Bedizzolese di Fregoni è partita forte: prima a punteggio pieno dopo 3 gare. Mister Faini dice di aver iniziato il countdown per la quota salvezza (-31), il cap sottoscrive ma allarga lo spettro. «Bedizzole non è abituata a pensare oltre l'Eccellenza, la dimensione della società è questa, il primo obiettivo è sempre stato la salvezza ed è giusto che tutta la squadra, con mister e dirigenza, si focalizzi su questo, anche perché il girone mi sembra molto migliore rispetto a quello dello scorso anno. Però non posso nascondere che nutro molta fiducia. Mi guardo attorno e vedo molta qualità che prima non avevamo; vedo ragazzi che vengono con entusiasmo ad allenarsi anche se sono reduci da una tribuna: questa voglia alza l'asticella di tutti, tutti sono obbligati ad innalzare la propria intensità per stare al passo. Abbiamo i numeri per una salvezza tranquilla».

Prossimo ostacolo, l'Orsa di mister Bresciani, «un mister che conosco bene, imprevedibile, che sa cambiare molto anche nella stessa partita. Avversario che va preso con le pinze, e rispettato». Ma sarà solo un'altra tappa di un cammino tra i dilettanti che, a 34 anni, pare ancora lungo. «Non ho intenzione di smettere a breve per vari motivi. Innanzitutto perché ho ancora tanta voglia di andare ad allenarmi e di giocare. Poi perché la mia è una fortuna da difendere: ho un posto dove mi trovo bene, in cui mi sento rappresentato, e una moglie, Elisa, che al contrario di molte donne sposate a un calciatore non spingono sul pedale del freno, ma al contrario mi spronano a seguire una passione, il calcio, che in parte è anche sua». Un ultimo motivo, poi, è quello portato al braccio di domenica in domenica. «Sono orgoglioso di essere il capitano della Bedizzolese, ma non solo, sono orgoglioso della stessa fascia di capitano, dell'oggetto. Quella che uso a Bedizzole mi è stata passata da Nicola Cittadini, il mio predecessore. E poi ce n'è un'altra di cui sono davvero onorato a possederla, quella del Resto del Maury, una delle squadra storiche dei tornei estivi. Sono 9 anni che gioco con questo gruppo di amici e di calciatori fortissimi, capaci di vincere per 3 edizioni consecutive Polpenazze, un gruppo che ogni volta si stringe attorno ad una persona che è un esempio per tutti, Maury. Quando Guido Bertoni lasciò, scelsero me come nuovo capitano. Una grande emozione».

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