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Capitani Coraggiosi - Gianluigi Gabrieli mette da parte la retrocessione e spinge in alto il Valgobbiazanano: "Con Inverardi e un gruppo così si può"

Per Kipling erano quei lupi di mare con la pelle erosa da vento e sale, coi quali non si poteva negoziare, che tenevano in mano un equipaggio con disciplina ed intransigenza, che sapevano insegnare con esempio e durezza la dignità del lavoro umile; per Baglioni e Morandi - voi e il buon Joseph Rudyard perdonerete il volo pindarico - sono coloro che hanno "il vento di una vita sulla faccia", "in un tempo senza età", coloro che fluttuano continuamente "tra la testa e il cuore".

Per noi di Calciobresciano.it sono tutto questo e molto di più, sono i condottieri cui piace battersi in prima linea, sono il riferimento cui rivolgersi quando si perde la bussola, sono i giocatori con più spiccata personalità, le voci forti nello spogliatoio, i menhir in mezzo al campo, gli uomini e le donne che sanno guardare a testa alta una responsabilità, caricandosela sulle spalle e alleggerendo i compagni. La nuova rubrica di calciobresciano.it è dedicata a loro, a chi cioè può fregiarsi di far parte del ristretto gruppo dei Capitani Coraggiosi che ogni domenica portano con orgoglio sui campi della provincia una fascia al braccio, riconoscendone il valore e avendo rispetto di ciò che rappresenta.

Tornare a casa non sempre è la scelta più semplice: la strada la conosci, ma non sai cosa ti riserva il destino. Perché è vero che vincere a casa moltiplica la gioia, ma anche in caso di delusione la portata è doppia. Gianluigi Gabrieli, classe '81 di Lumezzane, lo sapeva quando, tre anni fa, decise di tornare in valle con i colori del Valgobbiazanano. La carriera va a cercare la sua conclusione laddove aveva trovato il suo inizio. «Ho cominciato nel Lumezzane, rimasi in squadra fino agli Allievi Regionali. Poi mi spostai a Corte Franca, finii lì la trafila nelle giovanili e successivamente fui lanciato in prima squadra da mister Zobbio, in Eccellenza. Per una decina d'anni sono rimasto in categoria, toccando anche la D dopo aver vinto il campionato con la Feralpi. In panchina c'era Inverardi».

Lo stesso Inverardi seduto sul "pino" anche oggi, in Valgobbia, per guidare una squadra che vuole tornare immediatamente dove si trovava un anno fa, una categoria più su. Il suo capitano ha deciso di restare anche per questo. «Sono al mio terzo anno col Valgobbia e mi piacerebbe chiudere qui la carriera. Quando sono arrivato non pensavo sarei andato incontro ad una retrocessione... l'unica retrocessione della mia carriera l'ho pagata proprio con la squadra del mio paese. Quella passata è stata una stagione difficile, ma son voluto rimanere nonostante la discesa in Prima. Un po' per il sentimento di rivalsa che mi sento addosso, un po' perché nel frattempo sono diventato papà, e volevo stare vicino alla mia famiglia».

A distanza di mesi, la delusione non è scemata, semmai si è trasformata in carica. Qualche demone del recente passato, invece, è ancora lì, ben visibile. «Ho avuto tanti allenatori, da Zobbio che mi ha lanciato, a Inverardi, che considero il mio padre calcistico. Ma non sempre è andata bene. Con mister Torchio, ad esempio, ho sofferto molto. Mi lasciò a casa poco prima dell'inizio della sessione di mercato della stagione scorsa, con la squadra in grande difficoltà. Non mi voleva più. Io però la affrontai nel modo più positivo possibile, ero stato messo in discussione, si capiva che non mi voleva più, ma utilizzai questa decisione come una spinta a lavorare ancora più sodo. Con l'arrivo di Inverardi la situazione si rovesciò, tra di noi c'è sempre stato grande rispetto, che è la cosa più importante nel rapporto tra allenatore e giocatore. Messe da parte le incomprensioni siamo ripartiti a testa bassa, ma ormai era tardi: gli 8 punti dell'andata risultarono troppo pochi, i 23 conquistati al ritorno non bastarono».

Il presente del Valgobbia, tuttavia, parla di una rinnovata fiducia, e di una squadra subito protagonista: quattro vittorie e un pareggio nelle prime cinque uscite, due sole lunghezze di ritardo dalla capolista a punteggio pieno Urago Mella. Quel pareggio è datato settimana scorsa, 1-1 interno col Valtrompia, col gol del pari siglato dal capitano Gabrieli, difensore non nuovo a togliersi sfizi anche nell'area avversaria. «Domenica ho segnato su punizione, una rarità. Ho sempre fatto mediamente cinque o sei gol all'anno, in questo inizio ne ho già marcati tre comprendendo la Coppa. Il buon trattamento della palla è comunque una delle mie caratteristiche. Sono un centrale che, come si può dire, non si impone fisicamente. Devo puntare su altre qualità, come la lettura del gioco e, in fase di possesso, la capacità di impostare l'azione. D'altronde ho iniziato la carriera da centrocampista e ho vinto due BresciaOggi da esterno alto, quand'ero ancora alla Juniores del Corte Franca. Da lì mi sono spostato all'indietro, prima terzino e poi, alla Bedizzolese con Inverardi, centrale». Inverardi, sempre lui. «Con lui ho un rapporto speciale e, come già detto, lo considero un padre calcistico per quello che mi ha insegnato: fu lui ad impostarmi tatticamente da difensore, un ruolo che comunque mi è sempre piaciuto».

Il Valgobbia che va all'assalto del girone G di Prima Categoria ha tante frecce in faretra, non solo la capacità del suo allenatore. «Siamo una squadra umile, che lavora bene in settimana, che non si esalta quando vince né si abbatte quando raccoglie di meno. La costanza è un nostro punto di forza. Sono tornati giovani importanti che già giocavano qua, come Spertini e Prati, poi ci sono stati innesti di qualità come Dal Bosco e Caldera, infine ci siamo noi della vecchia guardia, da Colosio a Guerra, l'ossatura della squadra. Viviamo alla giornata, pensiamo una partita alla volta, quindi non parliamo di rivali o favorite. Certo, se l'Urago le vincerà tutte, bravi loro. Ma noi non sottovalutiamo nessuno, Lodrino e Valtrompia ad esempio hanno prestigio e grandi giocatori. Ma ora stiamo pensando solo al San Zeno, l'avversario odierno».

Parole da capitano, non c'è che dire. Un capitano che ha avuto degli ottimi maestri: «Ho vissuto tanti spogliatoi e tutti i capitani che ho avuto mi hanno saputo dare qualcosa. Come gestione dello spogliatoio ho apprezzato molto gente come Bordogni e Goddini, loro sì che sapevano tenere in mano un gruppo. Sul terreno di gioco ricordo bene Faini, un allenatore in campo, e Garegnani, cui sono molto legato: era mio compagno di reparto, sono cresciuto molto accanto a lui».

La crescita non è finita, perché «quando penserò di non aver più nulla da imparare vorrà dire che sarà arrivato il momento di smettere». Ingoiare un boccone amaro come una retrocessione sofferta nella squadra del tuo paese non è certamente facile, ma la lezione sta proprio lì. Reagire per andarsi a prendere quella gioia che sarebbe doppia vincendo con i colori che senti tuoi. Con l'amico-mentore in panchina ed un gruppo così, si può.

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Liceo-Calvesi