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Capitani coraggiosi - Walter Bresciani, una vita a Verola vale la fascia a 26 anni: "Momento difficile ma sono sereno, ne usciremo insieme"

"Devo pur sopportare due o tre bruchi se voglio conoscere le farfalle. Pare che siano bellissime". Il discorso che fa la Rosa al P. P. è lo stesso, modificando qualche immagine, che si stanno facendo Walter Bresciani e i giocatori della Verolese in queste settimane. La squadra non gira, e quando gira non ottiene i risultati che merita; la situazione di bassa classifica diventa pressante, pesante, l'ambiente insofferente. Però la Rosa ha ragione. Spesso le cose più belle le scopri dopo aver attraversato, seppure a fatica, quelle più brutte.

Essere capitani a 26 anni significa aver acquisito velocemente dei gradi sul campo, con la costanza che possiede un impiegato nel fare il suo mestiere, ma anche con l'affetto del giardiniere che cura la sua Rosa sopportandone le spine. Walter Bresciani di mestiere, sul terreno di gioco, fa l'attaccante, un numero 9 arrivato da Pavone Mella, riuscito col tempo ad entrare nel cuore della gente verolese. «Sono circa dieci anni che indosso questa maglia, sono di Pavone ma mi sento anche verolese. Ho tirato i primi calci alla Pavonese, poi da adolescente sono venuto qui a finire il settore giovanile. A parte due brevi parentesi di pochi mesi, a Calcio e a Dello, sono sempre stato un giocatore della Verolese. Pur essendo ancora giovane, sono il più anziano in questo ambiente. Ma solo da quest'anno indosso la fascia: nelle ultime stagioni ho fatto il vice. Ora tocca a me».

Paganotto classe '85, unico trentenne, poi Fusari che è un '88. I due "vecchietti" in rosa vecchi non sono. «Abbiamo un organico molto giovane, anche per questo motivo non ho difficoltà a farmi rispettare. In ogni caso, quando si rema tutti dalla stessa parte, fare il capitano è semplice e la differenza d'età non pesa». Una volta stabilito che il problema di questa squadra non è l'armonia nello spogliatoio, resta da capire il motivo di un avvio così stentato, da penultima posizione in Promozione. «Infortuni ed episodi negativi, queste le cause delle nostre difficoltà. Pronti via e in Coppa un giocatore del Casalromano, con un intervento scellerato, rischia di spezzarmi la caviglia. Mi faccio due mesi out, sto rientrando solo ora. Con me sono stati infortunati altri leader di questo gruppo, era normale pagare la situazione. Da poche settimane siamo quasi al completo, ma sono arrivate ugualmente due sconfitte, con Ome e Vighenzi, ed il pari di domenica con il Breno. Ci è girata male, non abbiamo raccolto quanto avevamo seminato, ma le prestazioni cominciano ad arrivare e presto troveremo anche i risultati. A partire da domenica, spero. Con l'Asola è già una sfida fondamentale, dobbiamo essere consapevoli che sarà una battaglia, e non possiamo sbagliare, perché una sconfitta ci darebbe una mazzata, soprattutto al morale. Ma io sono molto tranquillo. Sono convinto che abbiamo una buona squadra e che arriveremo quantomeno a metà classifica. Oltre non vado perché non voglio sbilanciarmi».

Un capitano sicuro di sé, che non si spaventa nemmeno di fronte a un baobab, che è diventato responsabile della sua squadra come il P. P. della sua Rosa. «La responsabilità mi piace, mi carica. Essere capitani significa essere esempio, sia in campo che fuori, a maggior ragione in un gruppo giovane come il nostro. Vuol dire essere il primo: il primo che ci mette la faccia, il primo che trascina il gruppo. Credo che questo ruolo acquisti un valore ancora più importante quando le cose non vanno bene, perché è il capitano a segnare la strada da prendere, a rappresentare il riferimento attorno al quale stringersi per venirne a capo. Per me è un orgoglio essere capitano a Verola, ormai sono verolese da una vita, tutti mi conoscono in paese e tutti mi riconoscono in campo».

Insomma, Walter ormai è diventato adulto, ma non diciamoglielo troppo forte, ché magari si offende. Già, perché "gli adulti da soli non capiscono niente, ed è stancante per i bambini dover sempre spiegare tutto". Walter vuole riuscire a fare quello che a pochi di noi riesce: crescere, tenendosi dentro il bambino che si ha dentro. L'avrete capito dai continui riferimenti: qui la lezione di Antoine de Saint-Exupéry ha colpito nel segno. «Sono legato al Piccolo Principe da sempre, fin da quando ero bambino; questa storia, questo personaggio, mi è rimasto nel cuore, tanto da collezionare tutto ciò che lo riguarda. Ciò che c'è scritto su quel libro mi ha segnato, lo porterò sempre con me. Ed effettivamente anche in campo mi è vicino: non c'è partita che, sotto i calzettoni, non indossi i calzini con la scritta P. P.». Con un po' di fantasia, ogni brano di vita vissuto da Walter può essere inserito, indirizzato, accostato ad un capitolo del libro; anche uno dei passaggi fondamentali della storia, quello del rapporto con la Volpe, l'animale, dalle caratteristiche tutt'altro che animali, che il Piccolo Principe cerca di addomesticare. In questo caso cambia la taglia, ma non ciò che viene celato in secondo piano, un rapporto importante. «Da qualche anno tengo alcuni conigli nani in giardino. Sono arrivato ad averne anche dieci, ora ne ho mediamente due o tre. Mi sono affezionato, ma tutto iniziò per caso. Il primo che ho avuto me lo regalò una persona speciale... da allora non me ne sono più separato». Un'affezione particolare, ma non la definiremmo strana. Almeno non per chi, dietro a un cappello, vede nitidamente un elefante inghiottito da un boa.

Liceo-Calvesi

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