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Capitani Coraggiosi - Fulvio Bellotti, per chi lavora con le slot machine questo Cazzago non è una scommessa: "Grandi giocatori e società ambiziosa come me, saremo protagonisti"

Vincere con il minimo scarto, essere cinici anche quando il gioco non esalta il pubblico, badare al sodo, ai punti. Le grandi squadre, quelle che non solo puntano in alto, ma che ci arrivano pure, lassù, le riconosci anche se non soprattutto quando fanno fatica. Perché dalla fatica qualcosa di buono lo sanno sempre tirare fuori. Una realtà nostrana, in particolare, sta dimostrando di avere questo dna, ed il suo capitano incarna perfettamente lo stile e la mentalità societaria. Per Capitani Coraggiosi questa settimana abbiamo incontrato Fulvio Bellotti, leader del Cazzagobornato. Un giocatore che alla voglia di vincere rincara il rifiuto della sconfitta.

Sarà un caso, ma il Cazzagobornato è una delle ultime bresciane ancora imbattute. Nel girone D di Promozione, solo la grande rivale Bassa Bresciana può fregiarsi dello stesso titolo. Il titolo vero, quello che permetterebbe il passaggio in Eccellenza, potrebbe essere effettivamente una battaglia a due tra queste pretendenti. «Il nostro obiettivo è arrivare i play off, non si è parlato di vincere il campionato. Detto questo, siamo all'altezza di qualsiasi formazione d'alta classifica, anche della Bassa Bresciana. Lo abbiamo dimostrato nello scontro diretto, rimontando uno svantaggio di 0-3. In questo inizio di stagione siamo andati forse un po' a rilento, ma abbiamo dato prova di grande carattere, perché siamo spesso stati sotto nel punteggio, ma ogni volta siamo riusciti a recuperare o, meglio, a vincere. Merito di una rosa che può contare su grandi giocatori, che non solo hanno giocato in categorie superiori, ma che soprattutto hanno vissuto nel loro passato delle esperienze vincenti. Sanno come si arriva al successo, e quando la tensione si alzerà, nei momenti decisivi, avere persone che ci sono già passate e che possono reggere la pressione sarà fondamentale, per tutta la squadra».

Pochi fronzoli, a Cazzago l'imperativo è vincere, non importa come e con quale punteggio. Nelle dieci partite disputate, solo una delle sei vittorie è arrivata con uno scarto sull'avversaria superiore al gol. Squadra cinica o meccanismi ancora da oliare? «Siamo ancora imbattuti, e questo è un ottimo dato, però è vero che non giriamo a mille, non ancora. Serve tempo. Abbiamo cambiato parecchio rispetto all'anno scorso, sono arrivati giocatori nuovi ed in panchina si è seduto un altro allenatore. Stiamo imparando a conoscerci, intanto però siamo là, attaccati al primo posto. Nelle ultime due sfide non abbiamo preso gol, altra statistica importante. Siamo sempre stati solidi, però ad inizio campionato capitava che concedevamo un tiro e subivamo un gol. A me interessa vincere, cambia poco come. Sono uno che anche le partitelle del martedì le gioca con un solo risultato possibile. Detesto e rifiuto la sconfitta e sono molto ambizioso. In questo mi sento molto vicino alla società».

Il Cazzagobornato, effettivamente, vuole fare strada. I play off sfuggiti pochi mesi fa sono l'obiettivo (minimo?) di questa stagione. La voglia di imporsi di una piazza è anche il miglior biglietto da visita da presentare per convincere un top player ad apporre la firma su un contratto. «Io sono di Rovato, paese nel quale sono cresciuto anche calcisticamente. Ho finito il settore giovanile ed iniziato la carriera al Lumezzane, quand'era in C1, poi ho girato un sacco, da Chiari, Treviglio, Castiglione Palazzolo e Castelcovati a Travagliato, dove vinsi la Promozione e feci due finali nazionali d'Eccellenza. Questo è il terzo anno qui a Cazzago, arrivai in tempo per vincere la Prima. Accettai perché persuaso dalle idee della società. Avevano fame e mi fecero sentire subito importante. Se un giocatore non si sente importante rende la metà. Dall'anno scorso sono diventato capitano e, dopo il buon campionato passato, l'obiettivo ora è fare meglio. Anche perché, ripeto, abbiamo una squadra molto forte».

Un team con la giusta dose di giovani, ma che è trascinato dal lato esperto dello spogliatoio. «Io sono un classe '86 e sono uno dei nove-dieci "vecchi" del gruppo. Tutti questi, anche chi la domenica si siede in panchina, sarebbero titolari in qualsiasi altra formazione di Promozione. Abbiamo grandi risorse e io stesso sono facilitato nel mio compito di capitano, perché posso contare sull'esperienza e sulla leadership di queste persone». Ma la fascia rimane sul braccio del difensore centrale Bellotti. «Io faccio il mio. Il capitano è una figura simbolica che si assume delle responsabilità. Aiuta i compagni, lotta non solo per se stesso, ma per la squadra, per lo staff e per la società. Inoltre rispetta al 100% il ruolo dell'allenatore e si impegna a rispettare e far rispettare quelle che sono le sue idee. In questo senso, pur avendo cambiato mister in estate, da Tessadrelli ad Inversini, il mio approccio verso di loro non è mutato. Ogni allenatore ha i suoi pregi e i suoi difetti, noi giocatori siamo qui solo per apprendere il loro pensiero di calcio e metterlo in pratica, aggiungendo chiaramente qualcosa di nostro. Una cosa ancora. Non potrei fare il capitano se avessi paura o se mi sentissi inferiore ad un'avversaria. Perciò, Bassa Bresciana o non Bassa Bresciana, dobbiamo continuare a lavorare come stiamo facendo, perché aver successo quest'anno dipenderà in primis da noi. Poi nel calcio tutto può succedere, non c'è nulla di matematico, andrà come andrà, ma questo atteggiamento non dobbiamo cambiarlo».

Un pensiero chiaro, un chiodo fisso nella testa di un trentenne che rifiuta decisamente l'idea di fallire. Devono esserci ed esserci state, evidentemente, delle figure importanti, ora e in passato, capaci di saldare questo spirito nel corpo di Bellotti. «Innanzitutto c'è la mia famiglia e c'è Elisa, che da quest'estate è diventata mia moglie. Nei momenti difficili lei e i miei sono stati gli appigli ai quali aggrapparmi. Per quanto riguarda il calcio, invece, ho avuto degli ottimi modelli, dei compagni che mi hanno insegnato tanto. Ho avuto tanti capitani nel corso della mia carriera, poi ad un certo punto ne è arrivato uno speciale. Ilario Ondei è una grande persona e siamo ancora grandi amici. Lo conobbi a Palazzolo: c'erano molti problemi societari, si faceva fatica, era difficile giocare in quelle condizioni, eppure lui fu capace di tirarci fuori da quella situazione. Aveva solamente un anno in più di me eppure spiccava già per la sua personalità. Sono rimasto molto legato a lui». Lui il modello, ma c'è un ideale assoluto di capitano, guardando alle leggende del nostro calcio? «Sinceramente non saprei. Potrei dire Maldini perché è stato il capitano della mia squadra del cuore, eppure non avendolo vissuto all'interno dello spogliatoio, ahimé, non posso conoscerlo davvero, non posso esprimermi. Certo, dall'esterno l'ho ammirato moltissimo».

In attesa di superare la fatica di questo primo terzo di stagione, in attesa di sbloccare i meccanismi di una squadra sulla carta molto forte, al Cazzagobornato rimane la soddisfazione dei risultati, della classifica, di un rendimento che può solo migliorare. Rimane la certezza di una guida che ha le idee chiare. La base c'è ed è stabile sulle spalle larghe del suo capitano, che di professione lavora con le slot machine e che su questo progetto è pronto a scommettere tutta la sua passione.

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Liceo-Calvesi