Capitani Coraggiosi - Paolo Guarnieri, l'aria camuna, la nuova consapevolezza nella fascia: "L'anno scorso l'avrei messa al braccio di Kamal, ora non me la toglie nessuno"

Redazione

Ognuno di noi assomiglia alla terra in cui nasce. L'aria che respiri mentre cresci dà una forma al tuo corpo che viene assimilata, memorizzata e restituita vita natural durante. Tuttavia ci sono zone del mondo, d'Italia e anche di Brescia, che incidono più di altre sulla persona, aggiungendo più di qualcosa al dna di partenza.

In Valle Camonica, ad esempio, hanno sempre saputo farsi riconoscere, e hanno sempre avuto qualcosa da dire, soprattutto su se stessi, sfidando e vincendo ogni ostacolo comunicativo, a costo di incidere una roccia. Ecco perché ci sembrava stimolante far visita a questo angolo di provincia; ecco perché, questa settimana, "Capitani Coraggiosi" si è spostato in quella località per incontrare uno dei suoi figli, Paolo Guarnieri, simbolo del Darfo passato dal dominio in Eccellenza alla conferma in Serie D.

Un assaggio del camun pensiero? «Lo sanno tutti che quando si va in Valcamonica è difficile portare via punti». Ecco, diciamo che un napoletano o un esperto del "non succede ma se succede..." non avrebbe pronunciato nulla di simile alla vigilia di una partita casalinga, a maggior ragione prima di sfidare la prima in classifica. Ma le parole uscite dal capitano neroverde a fine settimana scorsa evidentemente se ne infischiavano della cabala. E facevano bene. Domenica il gelo di Darfo ha accolto, se così si può dire, la prima della classe, il Monza. Una corazzata da 23 punti in classifica in più. Uno schiacciasassi che, tuttavia, si è inceppato tra la neve della valle: nella pratica, spalata fuori dal rettangolo di gioco in tempo per abilitare l'incontro; nella metafora, sputata in faccia in maniera sprezzante all'invasore. Lo 0-0 finale è stato ruvido, sincero e incisivo, come la gente che c'era sugli spalti. O come il calciatore capopopolo che guidava i suoi con la fascia al braccio.

«Lo sanno tutti che quando si va in Valcamonica è difficile portare via punti. Noi siamo così: grinta, cattiveria, voglia di non mollare. Ma anche qui ci sono le mezze fighette eh...». Per deduzione, al netto delle citate mezze "signorine", si può pensare che, per una squadra camuna, avere un capitano camuno possa fare tutta la differenza del mondo. Non necessariamente. «Conta fino ad un certo punto. Un giocatore che arriva da fuori e che spicca per leadership potrebbe benissimo dare un contributo altrettanto importante. Sono comunque orgoglioso di essere il capitano del Darfo. Lo sono diventato lo scorso anno un po' a sorpresa. Ero uno dei più vecchi, ma secondo me lo meritava maggiormente Kamal. O meglio, io pensavo l'avrebbe fatto lui, perché più a suo agio nel parlare al gruppo. Fuori dal campo era lui a prendere in mano la situazione. Io lo facevo, e lo faccio, in campo. Sono uno a cui piace parlare, farsi sentire. In ogni caso, ora che Kamal è andato via la fascia rimarrà salda al mio braccio, finché giocherò qui».

Meglio parlarsi chiaro e in questa intervista non si corrono pericoli. Parlare, comunicare, farsi sentire, tutte caratteristiche che avevamo provato ad intuire in questi paesaggi, e che si traducono anche nel modo di vivere il calcio di Guarnieri. La posizione e il ruolo contano il giusto. «Faccio il centrale solo da due-tre anni, prima ero terzino, ma comandavo la difesa anche dalla banda laterale. Come mai esterno? Beh, è una tendenza degli allenatori mettere il giovane bello largo, in modo che faccia meno danni possibile. A parte che grossi danni si possono fare anche da terzino, io mi sono sempre sentito un centrale e negli anni di settore giovanile ho sempre giocato lì. Fortunatamente sono tornato nella mia zona, e nel frattempo ho potuto imparare molto da grandi esempi che ho avuto in questa prima parte di carriera. Uno su tutti Ragnoli, centrale come me, capitano a Rezzato come lo sono io qui. Con lui ho diviso lo spogliatoio a Darfo quand'ero fuoriquota, guidava la difesa come vorrei riuscire a guidarla io. Un modello, anche per il ruolo di capitano che mi sono trovato ad onorare».

Guarnieri comanda la difesa, il Darfo comandava l'Eccellenza, ora il vero comandamento è uno solo: mantenere la categoria, soffrendo il necessario. «L'anno scorso dominavamo le partite, qui il livello si è decisamente alzato e a volte capita di dover aspettare l'avversario per poi ripartire. Cerchiamo una salvezza tranquilla, anche perché per molti questa è la prima volta in D. Ma siamo fiduciosi. Nella passata stagione, finita in trionfo, era stato decisivo Venturi, che aveva preso in mano la situazione dopo le vicissitudini ben note capitate a Sallaku. Oggi la situazione è molto più solida, perché accanto a Venturi è tornato il presidente, che al contrario del passato ha potuto avvicinarsi alla squadra diventando una presenza importante. In estate la società ha operato per essere più che pronta ad affrontare questa categoria. Abbiamo vinto l'Eccellenza perché avevamo la rosa più completa, la panchina più lunga, e dopo la promozione l'organico è stato ulteriormente allargato, forse anche troppo: siamo partiti in venticinque-ventisei, poi invece nell'ultima fase di mercato è arrivato un netto sfoltimento, tanto che ora, con infortuni e squalifiche, siamo meno di diciotto utilizzabili».

Non semplice trovare l'equilibrio. Troppi giocatori e nello spogliatoio comincia a serpeggiare malcontento. Troppo pochi e raggiungere gli obiettivi prefissi diventa proibitivo, anche per le poche soluzioni in faretra. «Io sono per una via di mezzo, ventuno-ventidue giocatori massimo. Essere in tanti è difficile perché c'è qualcuno che deve digerire la tribuna per lunghi periodi». Uno di questi ha un nome famigliare, si chiama Marco Guarnieri ma lui lo chiama fratello. «L'anno scorso era un titolare che partiva dalla panchina, pienamente inserito nel progetto. Durante l'andata, invece, ha fatto fatica a vedere il campo. Non si è mai lamentato, ma se non ci fosse stato un ridimensionamento del numero dei giocatori sarebbe andato via, me l'aveva anticipato. Fortunatamente è rimasto. Abbiamo sempre giocato insieme, anche perché siamo sempre rimasti in zona e non aveva senso dividerci. Vorrei che continuasse ad essere il mio compagno di squadra, abbiamo un ottimo rapporto e si è sempre rivelato un giocatore prezioso».

Diminuita la concorrenza ed accresciuta la fiducia, Marco avrà la sue chance. Per il capitano, invece, Babbo Natale ha portato due nuove alternative per il suo ruolo: lo Zoboli rientrante dall'infortunio e l'Iraci preso dal mercato di riparazione. «Davide era arrivato con umiltà, aveva approcciato nel modo giusto la nuova avventura, e ha tutto per poter fare la differenza; peccato per gli infortuni, ma settimana prossima, al più tardi, dovrebbe tornare in campo. Di Daniele sono contento, non temo la concorrenza, ci darà una mano». Ruvido, semplice e incisivo, come la pietra che scalfisce la roccia e che lascia la sua traccia nella Valle.

 

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