Pasini ai responsabili dei settori giovanili: "Abbiate una visione globale"

Redazione

“Le difficoltà, spesso, non stanno nell'apprendere, ma nel liberarsi di convinzioni date per assodate aprendo la propria mente per migliorarsi sempre”.

 

Ne è convinto Alberto Pasini, preparatore fisico, responsabile di Atalanta Training Lab e docente di metodologia dell'allenamento per il settore tecnico di Coverciano. È stato lui l'ultimo relatore del corso organizzato dalla Lnd Brescia per i responsabili dei settori giovanili, che ripartirà questa sera.

 

“Il ruolo di responsabile del settore giovanile è importantissimo. Trovo assurdo che non ci sia un corso abilitante per questa figura. La federazione forma gli allenatori e non chi li deve selezionare. C'è qualcosa che non torna”.

 

Il fulcro centrale della lezione di Pasini è stata la metodologia dell'allenamento. “Spesso la si confonde con la preparazione fisica - ha sottolineato il relatore -, ma ne rappresenta solo una parte. Il problema è che si tende a ragionare sempre attraverso una divisione delle competenze e delle figure: allenatore, preparatore fisico, psicologo, ecc., come se ognuno fosse responsabile esclusivo del suo ramo. Il rischio, operando in questo modo, è quello di non conoscere il tema nella sua globalità. Si pensa che l'allenatore debba essere un pratico e se studia gli si appiccica l'etichetta di teorico. È invece importante che un tecnico sappia cosa fa, perché e quando farlo. Le pratiche che non sono supportate da teorie risultano frivole. Documentarsi e studiare è fondamentale, poi bisogna mettere in pratica”.

 

Secondo Pasini il responsabile del settore giovanile ha una doppia funzione: “È sia organizzatore sia referente tecnico. Nei dilettanti quasi sempre tocca alla stessa figura svolgere entrambi i compiti. Il coordinatore degli allenatori è fondamentale, deve seguire un metodo condiviso e coerente tra le categorie. Quello vincente, ovviamente, non ce l'ha nessuno. L'importante è che sia sempre aggiornato, ma è un processo più che un metodo, porta a pensare e programmare insieme, di squadra. Il passaggio a contenuti, moduli ed esercizi viene molto dopo”.

 

Da dove partire quindi? “È fondamentale avere un'idea. C'è chi la presenta subito e chi preferisce partire osservando ciò che viene fatto, facendo sentire protagonisti i componenti dello staff per poi accompagnarli nella direzione auspicata. L'importante è trovare una strada comune. La condivisione è sempre meglio dell'imposizione”.

 

Pasini parla a ruota libera, ma risponde anche alle numerose domande dei suoi interlocutori. “Come relazionarsi con i tecnici durante il loro lavoro? Essere sul campo a vedere gli allenamenti è doveroso, ma bisognerebbe limitarsi a guardare, senza intervenire. Occorre un occhio critico per far vedere all'allenatore le cose con sguardo diverso, aiutandolo a ragionare e garantendogli sempre nuovi stimoli”.

 

Quella del responsabile del settore giovanile deve essere una visione d'insieme, finalizzata all'obiettivo primario di ogni vivaio: la valorizzazione del talento attraverso la cooperazione.

 

Pasini pone l'accento anche sulla formazione e sulle competenze. “All'estero i grandi club fanno bandi e concorsi per titoli e conoscenze, qui in Italia la formazione è concepita unicamente nella sfera dell'interesse personale o della caccia alle abilitazioni. Anche tra i dilettanti non è diverso. Chi va a vedere un allenatore prima di ingaggiarlo? Eppure la scelta delle persone è determinante per rendere il lavoro fluido e fruttuoso”.

Poi una raffica di consigli: “Riuscire a ridurre il gap tra allenamento e partita è un grande risultato. Bisogna ricreare in allenamento situazioni e condizioni tipiche della gara. Allenare con la palla è difficile, è molto più semplice col cronometro. Venti minuti di allenamento fisico per giocarne 90? Sicuri che bastino? Ci hanno insegnato a dividere tutto: fisico, tecnica, tattica, coordinativo. No, la performance è una cosa sola. La parte fisica avviene attraverso il gioco. Poi attenzione alle varianti. L'esempio classico è la resistenza: la corsa continua non sono i cambi di direzione, un allungo non è una fase di pressing. Un bravo allenatore deve spingere la sua squadra ad essere economica: spendere meno a parità di capacità. Il giocatore più performante, a parità di movimento, è quello che spende meno energia”.

 

Pasini punta il dito anche sui luoghi comuni: Smettiamola di dire che gli infortuni dipendono dal lavoro dei preparatori atletici: non sono colpa di nessuno. Il calcio è uno degli sport più complessi dal punto di vista motorio. Leviamoci di dosso visioni di questo tipo. Alla preparazione precampionato, invece, è stata data troppa importanza. È una fase come le altre in cui manca la partita. Quindi ha logica aumentare progressivamente il carico di lavoro. Non è un bacino di risorse da portarsi dietro per dieci mesi, come sarebbe possibile? Il concetto di progressività è basilare. L'obiettivo deve essere arrivare nelle migliori condizioni possibili alla prima giornata, poi lavorare strada facendo, magari anche con un carico superiore a marzo. Quello del fieno in cascina è un falso mito, meglio concentrarsi su aspetti tecnici e tattici. Un'altra frase fatta è che bisogna correre più degli altri. Io spero sempre che i nostri giovatori corrano meno, perchè significa che hanno fatto meno fatica e ci sono meno rischi di infortuni. Molto spesso chi vince è proprio la squadra che corre di meno, quelle che retrocedono sono tra le migliori nel chilometraggio”.

 

Non manca anche un appello alla revisione dei concetti relativi alla sfera coordinativa: La coordinazione nel calcio è efficacia, non estetica. Allenare la coordinazione sulla scaletta è un'assurdità, perchè non si tratta di un esercizio specifico per il calciatore. È irripetibile in gara, conosciuto e non c'è niente da leggere”.

 

Altro tema perennemente oggetto di dibattito è la contrapposizione tra lavoro a secco o con la palla. Dipende dagli obiettivi. Talvolta ha senso l'esercitazione con la palla, in altri casi va bene non averla. Io mi ritengo un fan della specificità, dell'allenamento che specchia la partita, quindi vorrei vedere sempre la palla, ma ci sono momenti in cui è meglio non averla. Più si abbassa il livello e secondo me ha più senso allenarsi con la palla a livello fisico. Nei dilettanti il gioco va utilizzato il più possibile, perché c'è poco tempo e va reso efficiente”.

 

Secondo Pasini la figura del preparatore atletico è ormai superata: “Arriva dall'atletica leggera, da un altro mondo e da un'altra era: 30-40 anni fa. L'allenamento coordinativo arriva da lì. Tra vent'anni il preparatore atletico nel calcio non esisterà più. Oggi si divide tra sfera medica, controllo campo, dati (gps ecc) e preparazione. Un mestiere in fase di metamorfosi”.

 

Pasini, come Filippo Galli, si è soffermato anche sui due tronconi dell'allenamento: situazionale o analitico? “Bisogna partire dal presupposto che ogni giocatore è diverso. Perchè allenare riproponendo situazioni reali? Perchè il contesto condiziona, è trasferibile dall'allenamento alla partita. Se me lo ritroverò durante la prestazione significa che è molto allenante, se non lo troverò lo sarà meno. Nell'apprendimento non c'è solo l'oggetto dell'esercitazione, ad esempio il tiro in porta, ma anche la gestualità, la distanza dagli avversari, il tempo, che immagazziniamo senza consapevolezza. Ecco perchè serve rendere “reali” le esercitazioni”.

 

Prezioso anche il concetto di efficacia: “Un bambino che gioca si rifugia in quello che sa fare perchè vuole vincere. E se voglio vincere non uso il piede debole. Faccio ciò in cui mi sento sicuro. È compito del settore giovanile, però, ambire al miglioramento dei singoli, allora non si possono fare solo sfide. I giocatori più bravi sono quelli che leggono il gioco. Il carico cognitivo non è necessario che sia altissimo (colori, suoni, porticine, ecc.), meglio sia funzionale al gioco. Difficile non significa efficace e trasferibile”.

 

Infine l'importanza degli errori: “L'apprendimento duraturo si costruisce su allenamenti con tanti errori. Spesso gli allenatori vogliono esercitazioni pulite. Invece c'è bisogno degli errori. Non vanno visti come qualcosa di negativo, ma come elemento fondamentale nel processo di crescita. Non si critica il bambino che sbaglia, è l'unico modo che ha per imparare”.

 

Occhio anche all'aspetto emotivo: “Giusto esaltare le doti, ma non dimentichiamo che l'allenamento deve rinforzare tutte le potenzialità, non solo punti di forza. Bisogna riuscire a stare nel mezzo, con equilibrio”.