La domenica indimenticabile degli Inverardi e degli Inversini, questione di dna

Redazione

La ventesima giornata del campionato regionale d'Eccellenza verrà ricordata non tanto per l'esito della schedina, quanto per gli intrecci famigliari che si sono composti in due degli otto campi di gioco del girone C. Inversini e Inverardi contro sé stessi, padri alla prova dei figli e viceversa, questione di dna.

 

TWO OF A KIND

 

L'atmosfera a Darfo Boario e a Lumezzane, almeno in parte, aveva un respiro da pranzo in famiglia. Non uno di quelli da film americano, da festa di ringraziamento, neppure uno da routine di tutti i giorni; piuttosto, un'occasione speciale, forse unica, particolarmente pepata, non convenzionale, dove si affronta il proprio "Saturno contro" e dopo la quale qualcosa cambia, su ambo i lati della tavola. Sul piatto c'era ben altro dai tre punti, una sfida nella sfida che ha diviso il cuore, in continuo bilanciamento tra pulsioni contrastanti, oltre che spartire salomonicamente la posta in palio: in entrambi i casi sul campo è finita in patta, forse perché in entrambi i casi è ancora l'equilibrio nella comune identità che rende stabile e vibrante il rapporto. La radice del cognome è la stessa, i gradi di parentela pure, sdoppiati da una valle all'altra della provincia bresciana. Roberto contro Simone, Gianluca contro Davide, il battesimo del figlio-giocatore all'esame più duro, quello del padre-allenatore. Ma non è detto che non valga anche il contrario. Sui due versanti due stili molto differenti, ma soprattutto due storie di vita da raccontare.

 

ROBERTO E SIMONE: FUOCO AMICO

 

Il Lumezzane Vgz capolista ospitava il Cazzagobornato ansimante in zona playout. Simone, centrocampista valgobbino duttile classe '98, preparava le trappole per Roberto, un'icona del calcio lumezzanese, giunto stavolta per difendere i colori gialloblu e provare a portar via qualcosa da un campo conosciuto in ogni sua zolla. Simone, partito dal Lumezzane, vi è tornato quest'anno a continuare la dinastia Inverardi, dopo le esperienze dello zio Carlo e, appunto, del padre, ex giocatore, ex capitano, ex allenatore (le dimissioni dello scorso aprile sono storia recente). Partendo dall'assunto di un rapporto molto solido e positivo, basato anche sulla convivenza di ogni giorno, tra le due coppie questa è sicuramente quella più esplosiva. Confronti diretti, caratteri forti e diretti, che si stimolano vicendevolmente a colpi di spada, più che di fioretto. Per la mera cronaca il finale dirà 2-2, con il Lume avanti 2-0 e rimontato negli ultimi 8 minuti di match, con il ventunenne subentrato dalla panchina al quarto d'ora della ripresa.

 

«Abbiamo caratteri caldi sia io che lui - ammette Inverardi senior -, siamo simili, anche se forse io sono più razionale, mentre lui è maggiormente impulsivo, anche per questioni di età. Infatti sto aspettando che sbollisca dalla delusione per punzecchiarlo un po' sulla gara, anche se alla fine non è che l'abbia battuto... ma di sicuro sta ancora rosicando parecchio. Non vogliamo mai perdere, perciò anche domenica non c'è stato nessuno sconto. Io ho esultato per la rimonta, lui ha provato in tutti i modi a fare il gol vittoria, com'è giusto che sia stato. Certo, non posso dire che fosse una partita come le altre. Mentre si stava scaldando, a pochi metri dalla mia panchina, per un attimo ho avuto la tentazione di girarmi e dargli delle dritte, prima di ricordarmi che giocava per gli altri. Abitudine. Per tutta la sua carriera calcistica gli sono stato vicino, gli ho sempre detto come la pensavo, cercando di consigliarlo, incoraggiandolo e cazziandolo a seconda delle circostanze, non solo perché alleno, ma per l'esperienza maturata da giocatore. Ma non ho mai deciso nulla per lui. Ora gli si è aperta una porta importante, deve ritagliarsi i suoi spazi in una società che è diversa dalle altre. Là l'ambiente è sano ma molto esigente, giocare a Lumezzane non c'entra nulla col giocare da altre parti, sia per la storia del club, sia per lo stadio, sia perché chi li affronta dà tutto per quegli stessi motivi, sia per le aspettative che ruotano intorno a questa realtà. Sapere che mio figlio ha raccolto l'eredità mia e di suo zio in maglia rossoblu è una grande gioia».

 

«Domenica è stata una bella emozione per noi, ma in generale per tutta la famiglia - racconta Inverardi junior -, anche perché era la prima volta. Vivo questa esperienza con serenità, questo cognome non mi porta pressioni, anche perché mio padre è stato professionista, il suo livello era diverso dal mio. Piuttosto ciò mi fa gonfiare il petto, sento una forza aggiuntiva che mi spinge a dare ancora di più, e io penso di essere uno di quelli che dà già tutto, perché il calcio è la mia vita, lo considero anche più importante del mio lavoro. I suoi consigli mi hanno accompagnato durante tutta la mia crescita; alla fine di ogni partita mi ha sempre martellato sulle cose che dovevo migliorare, è capitato anche stavolta: lunedì abbiamo riguardato la partita assieme per rivedere gli errori commessi. Ogni tanto fa un po' il bastardone, sa che sono permaloso, di sicuro sta aspettando il momento giusto per tirarmi frecciate sul risultato finale (presa!, ndr), e dire che pregustavo già di prenderlo per il culo per tutta la settimana! Prima della partita mister Quaresmini mi aveva chiesto di sbirciare i suoi appunti, gli ho risposto che aveva cambiato le password al pc! A parte gli scherzi, sono super orgoglioso di averlo al mio fianco».

 

GIANLUCA E DAVIDE: VIVERE IN SIMBIOSI

 

Sfottò taglienti, cazziate e scornate non le vedrete a casa Inversini, o se proprio ne avrete la versione edulcorata. I coinquilini oggi sono solo due, Gianluca e Davide, ma convivono in totale simbiosi da quando, nel 2001, l'attuale esterno sinistro del Valcalepio è venuto al mondo. L'affetto diventa simbiosi, si suona alla stessa pagina di uno spartito condiviso, l'armonia è invidiabile. Anche dopo un 1-1 che lascia un retrogusto amaro sia agli orobici, terzi in classifica, che ai camuni, alla disperata rincorsa di una possibilità che permetta loro di mantenere la categoria.

 

«Abbiamo sempre avuto una connessione empatica, io e lui - spiega Inversini senior, parlando del figlio -. Appena nato, fui io a prendere la "maternità", perché mia moglie non poteva lasciare il lavoro. Ricordo bene i corsi di acquaticità neonatale: se c'erano dieci bambini, nove erano accompagnati dalle mamme, e poi c'ero io con Davide. Quando anni dopo io e sua madre ci separammo, lui scelse di rimanere a vivere con me. È cresciuto a pane e calcio, come si suol dire. Ricordo una vacanza al mare, gli volevamo prendere una magliettina da calcio e trovammo solo quella di Roberto Carlos, del Brasile; quindi in spiaggia c'era questo bimbo che a un anno e mezzo già calciava, di mancino, con la 3 del campione carioca sulla schiena. Tutti lo chiamavano Roberto Carlos, tanto che anche lui, di ritorno a casa, si era convinto che fosse quello il suo nome! Avrei altri mille aneddoti, ma la verità è che Davide è il figlio maschio che ho sempre sognato di avere, mi sento molto fortunato. Ho anche due figlie femmine che adoro, ci tengo a dirlo! Lui è uno genuino, con una passione sconfinata per il pallone. Da quando viviamo assieme, solo io e lui, il rapporto si è ulteriormente rafforzato. La partita di domenica è stata un momento speciale, e dire che ha rischiato di saltarla. Dopo una settimana a farci battute in vista del faccia a faccia, venerdì, dopo allenamento, è tornato a casa sofferente per un piccolo infortunio. Pensava di non riuscire a giocare. Allora ci siamo messi lì a fare impacchi, a provarle tutte per far sì che si rimettesse in piedi. Fortunatamente ci siamo riusciti. In pratica ho fatto un favore ai miei avversari, eheh. Ma è mio figlio, cos'altro avrei potuto fare? Quando, dopo il lancio della monetina, è venuto in panchina a salutarmi e mi ha abbracciato, mi è venuto un groppo in gola. Finito il match l'ho aspettato e siamo tornati a casa assieme. La prospettiva di allenarlo in futuro? Direi proprio di no, lo metterei solo in difficoltà e lo sarei anch'io, le situazioni che si creano in questi casi rischiano di diventare antipatiche. Vorrei tanto che il calcio desse a lui almeno la metà di quanto ha dato a me, quindi moltissimo. Ora è in una società, il Valcalepio, fantastica. Conosco il ds Luca Bosio, Alessio Delpiano è mio amico, è nel posto giusto, anche se da Darfo si è dovuto spostare nel bergamasco. Penso che per essere veramente apprezzati dalla Valle ci sia bisogno di uscire dalla Valle».

 

«Vivere sotto lo stesso tetto solo io e lui, giorno per giorno, vuol dire molto - ammette Inversini junior -. Non possiamo stare distanti per troppo tempo; molto spesso capita che, se sono sette-otto ore che non ci sentiamo, ci chiamiamo nello stesso momento. È sempre stato un riferimento per me, anche per il calcio; mi ha sempre raccontato come giocava, come preparava le gare, mi parlava dei suoi giocatori. Mi portava anche alle partite; ad esempio mi è rimasta impressa una trasferta a Travagliato, avevo circa dieci anni: la sua squadra rimase in dieci e io - che chiaramente non capivo ancora nulla di calcio - gli suggerii di cambiare modulo, mi sembra il 4-4-1; lui fece proprio così e riuscì a pareggiare, 2-2. È sempre stato il mio primo insegnante, se ho bisogno di un consiglio vado da lui ma non mi ha mai forzato a prendere alcuna decisione. È successo proprio lo scorso anno, alla Virtus Bergamo: per diversi motivi non stavo bene, non ero felice, lui mi disse semplicemente di valutare tutte le circostanze e fare la scelta che secondo me poteva essere la migliore. Domenica ho provato una certa emozione, pur non risentendone in campo. Mi è spiaciuto uscire a fine primo tempo, ma ci stava, non ero al meglio e serviva una scossa alla squadra. Al fischio finale eravamo entrambi delusi, ma siamo tornati a casa insieme, è questo ciò che conta».

 

Una domenica così rimarrà nei ricordi di molti, soprattutto di quelle quattro persone che si sono trovate a condividere un momento unico, impagabile. Questione di dna.

 

Matteo Carone

 

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