Famiglia, lavoro, Covid: Roberto Pietta lascia il calcio dilettanti

Redazione

«La prima persona a cui l'ho detto è stata mia moglie, ovviamente. Il mio amico Lorenzo Paghera ha provato a dirmi di ripensarci, ma non ha insistito, sa come sono fatto. Chi non lo sa ancora è la persona a cui sono stato più legato durante la mia carriera, quello che umanamente mi ha dato di più, Ivan Rizzardi... non ho avuto il coraggio di dirglielo... lo scoprirà leggendolo su CalcioBresciano!».

 

L'emergenza Covid non fa prigionieri nemmeno tra i dilettanti: non solo dentro società che sono sull'orlo della crisi e tra dirigenti che decidono di farsi da parte, ci sono anche giocatori che optano per il ritiro anticipato dalle scene. Ma dietro la decisione di Roberto Pietta, 30 anni lo scorso settembre, non c'è solo la tempesta pandemica. C'è una famiglia recentemente allargatasi che ha giustamento preso l'élite delle priorità, c'è un lavoro a gestione individuale, quindi da curare con ancora più attenzione. Le gambe girerebbero ancora, ma la testa ha smesso di inviare sinapsi in quella direzione.

 

La storia di Roberto Pietta calciatore si è mescolata con il calcio dilettantistico degli ultimi 10 anni, riuscendo spesso ad emergere, per meriti sportivi o per situazioni tangenziali che l'hanno coinvolto. In ogni caso, il suo è uno dei profili che tuttora rimane impresso non solo sui taccuini dei direttori sportivi, ma anche nella memoria di tanti calciatori e addetti ai lavori. Come molte volte capita, questi 10 anni da dilettante potevano benissimo non esistere. Sono stati due i grandi turning point della vita da calciatore del centrale difensivo cresciuto a San Paolo. Il primo sul finire del primo decennio del millennio. Roberto, nemmeno ventenne, è di ritorno da Rieti, dove si era visto cancellare la possibilità di una carriera da professionista da una situazione che lui stesso non poteva controllare: «Esordii in C2 a 17 anni, a Carpenedolo. Sono cresciuto nel settore giovanile della Rigamonti, passai dall'allora Ac Salò, dove incontrai Ivan Rizzardi: da quel momento sarebbe diventato il mio riferimento. Lo seguii a Carpenedolo, nonostante il direttore del Salò Olli non mi volesse mollare, successivamente nacque l'opportunità di andare a giocare in Serie D, al Rieti. L'idea del mio procuratore era quella di fare un anno di esperienza per poi passare pro alla Cisco Roma. Non sapevamo che il Rieti era sommerso da problemi societari, e ne pagai le conseguenze. Andare via di casa fuori regione appena finito il liceo è stata un'esperienza che mi ha dato molto, mi ha fatto maturare e mi ha fatto capire l'importanza di costruirsi un'alternativa al calcio. Sportivamente, invece, fu un disastro. Tornai a casa deluso, demotivato, volevo smettere».

 

«Fu in quel frangente che intervenne Andrea Foresta, oggi al Breno, ieri una sorta di procuratore dei dilettanti. Fu lui a farmi riflettere, a propormi i dilettanti, sapendo che avrei potuto ritrovare lì la passione, che avrei potuto fare strada e togliermi soddisfazioni, che non si trattava di un ripiego. Accettai la sfida e andai in Promozione al Concesio: Cabassi in panchina, uno squadrone in campo, coi vari Tagliani, Fregoni, Molinari, eccetera. Lì capii che il calcio dilettantistico poteva diventare la mia nuova casa. Dopo la parentesi Gussago e il passaggio alla Pro Desenzano, squadra fortissima che però saltò in aria, arrivai a Rezzato, forse la tappa più importante della mia carriera».

 

Siamo nel 2013, Sandro Musso e Serafino Di Loreto vogliono fare le cose in grande in provincia, il club passerà dalla Promozione a sfiorare la Lega Pro nel giro di un lustro. «Fu un'annata esaltante, c'erano giocatori come Rossini, Fogliata, Trilli, Mattei, Frassine di punta, che fu scarpa d'oro con oltre 30 gol segnati, e molti altri top. Vincemmo con 15 punti di vantaggio sulla seconda e perdemmo la finale di Coppa Italia solo perché avevamo 4 titolari squalificati, tra cui io. Partimmo per vincere anche in Eccellenza, Marcolin subentrò a Filisetti ed ebbe un grande impatto, ci fece svoltare, ma mancammo la promozione. Alla fine di quell'anno Musso acquisì il Mantova e portò me, Trilli e Mattei in ritiro. Lo ringrazierò sempre per l'occasione che mi diede. Non andò bene, lui insisteva per tenerci in rosa, ma lo staff tecnico non era convinto, quindi tornai a Rezzato. Non trovai però le stesse condizioni di quando l'avevo lasciato, c'era in corso un rinnovamento della rosa e lo zoccolo duro stava per essere sostituito in blocco. Me ne dovetti andare, una scelta che mi fece soffrire molto a livello umano, quella costruita da Musso era veramente una famiglia. Mi dispiacque che non fu lui a comunicarmelo, ma non provo rancore, devo solo dirgli grazie per quello che mi ha dato».

 

Ad Adro in Promozione si ricreano quelle condizioni per cui la vittoria è solo da prendere, perché aleggia nell'aria da tempo. «In tutte le società nelle quali sono stato il secondo anno è stato sempre migliore del primo, è normale che l'organizzazione abbia bisogno di tempo per crescere. Tutte tranne l'Adrense, perché quando arrivai era già pronta, già strutturata per il livello che ora occupa, anche se oggi si chiama Franciacorta. Il direttore Zanardini sa fare il proprio lavoro molto bene, e il presidente Belotti ha una grande passione. Mancava davvero soltanto il successo sul campo, che arrivò quella stagione. Io, Vigani, Gandossi e Bigatti arrivammo a dicembre, con la squadra distante 9 punti dal primo posto; con Emanuele Filippini in panchina finimmo il campionato a +10. Emanuele, come del resto Marcolin, mi colpì molto per la schiettezza, la personalità, l'esperienza, i valori importanti nella semplicità, poche cose ma fatte al massimo. In più è una bella persona».

 

Roberto riconquista l'Eccellenza con l'Adrense, ma per motivi personali sceglie di giocarla alla Rigamonti Castegnato. Riabbraccia l'amico storico Panelli, salvo abbandonare con lui pochi mesi dopo per tornare in una società dell'orbita Musso, lo Sporting Club Brescia. Che però è due categorie sotto. «Inutile girarci attorno, l'offerta economica era irrinunciabile. Stavo organizzando il matrimonio e stavo per aprire lo studio di cui sono tuttora il titolare, Five Personal Trainer (ovviamente Five è in onore del mio numero di maglia preferito), non me la sentii di rifiutare. La squadra era fortissima, oltre a Panelli e Pedruzzi ritrovavo Mattei ed Altobelli. Ma eravamo troppo distanti in classifica, in più erano nati degli equivoci tecnici: mi trovai spesso a giocare mezzala...».

 

Le ultime tappe del percorso mischiano gioie e dolori, nel vero senso di queste parole. Le offerte lo portano fuori provincia, prima e per poco tempo a Castel d'Ario (Promozione), nel mantovano, soluzione logisticamente scomoda e presto abbandonata, quindi al Valcalepio (Eccellenza), nel bergamasco, dove sale sull'altalena e si toglie forse la soddisfazione più grande. «Ancora all'inizio di quell'avventura, promisi al presidente Lochis che se fossimo retrocessi sarei rimasto per riportare immediatamente la squadra nella categoria che le competeva. Andò esattamente così: scendemmo perdendo i play out, rimasi, e la stagione successiva risalimmo. Una vittoria che per me vale doppio, perché la conseguii da capitano. In estate però volli riavvicinarmi a casa: abito con mia moglie Elisa e nostro figlio Christian, di 2 anni, a Castegnato, quindi scelsi il Montorfano Rovato. Durante il torneo di Porzano, però, mi ruppi il crociato del ginocchio sinistro».

 

Una passione mai nascosta quella per i tornei estivi: «Girare la provincia, respirare l'atmosfera che genera la gente del paese che si accalca a vedere le partite, sfidare avversari di grande livello e cementare amicizie: sì, i tornei estivi mi sono sempre piaciuti molto. E li ho vinti tutti, quelli più importanti, tranne Polpenazze, dove ho fatto solo finale. A dire il vero un anno sì, lo vinsi, ma non da protagonista, perché mi feci male ai quarti, quindi non lo considero del tutto mio».

 

Mai facile affrontare la rottura del crociato per un calciatore, anche perché i 6 mesi di attesa sono fisiologici, puoi allenarti anche 24 ore al giorno ma il tendine che sostituisce il legamento, per rinsaldarsi, ha bisogno di quel numero di settimane, non meno. Lo sa benissimo un personal trainer come Roberto. Che però torna in campo dopo solo 5 mesi e mezzo... «Ho lavorato due ore al giorno tutti i giorni per tornare in piedi e ridare la muscolatura ideale alla mia gamba sinistra, quando i test hanno confermato che era tornata forte come e più della destra non ho voluto aspettare, ho accettato il rischio, ero troppo motivato per aver paura. Sono tornato in campo e prima del Covid sono riuscito a disputare tre partite, ci tenevo tantissimo. E nel derby con l'Ospitaletto ho vissuto una delle emozioni più belle, segnando proprio di sinistro».

 

Cresciuto nel mito di Nesta e Cannavaro, diventato interista dopo il regalo della 1+8 nerazzurra di Zamorano da parte di zio Rino, stregato da Vieri (no, il nome dato al figlio non è una coincidenza), preferito il ruolo di difensore marcatore per l'adrenalina della sfida, del duello con l'attaccante, ma anche perché da dietro si vede tutto il campo e si può dirigere, Roberto Pietta ha vissuto tante vite in questi 13 anni di carriera. Un paio di rimpianti: «Andare a Rieti è stata una scelta sbagliata, che ha posto fine ai miei sogni di professionismo, e con un altro carattere non avrei mai lasciato Adro». Motivi forti per dire addio, che poi potrebbe essere un arrivederci, in altri contesti: «Anche se sto facendo poco in questo periodo, a causa delle restrizioni, non posso permettermi di andare in isolamento 10 giorni con la mia attività: per il nostro settore è un periodo duro e complicato. E comunque non voglio togliere tempo a Christian ed Elisa, pur sapendo che lei mi appoggerebbe in ogni mia decisione, l'ha sempre fatto ed è stata la mia forza. A Rezzato avevo allenato i bambini, chissà che tra qualche anno non possa provare a far la stessa cosa coi grandi». Infine, voltandosi indietro, una certezza, accompagnata da una piccola speranza: «Il calcio è stato prima di tutto un terreno sul quale crescere e coltivare amicizie vere, che porterò sempre con me. La speranza è quella di essere riuscito a trasmettere a chi mi ha conosciuto i miei valori di persona, e a livello calcistico di aver dato sempre l'esempio del calciatore serio, che dà sempre il massimo e non si risparmia, che è professionale a prescindere dalla categoria».

 

Adesso Roberto svolta così il suo secondo turning point: nel primo aveva scelto, abbandonando i pro e ben consigliato, di non smettere, per continuare da dilettante; oggi quella strada si interrompe e non c'è consigliere che possa fargli invertire la rotta. Una porta si accosta, ma non verrà chiusa a chiave: dal buco della serratura, sullo sfondo, c'è sempre la sagoma di una panchina.

 

Matteo Carone

 

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