Altobelli tra racconti e opinioni. "Inter e Nazionale da applausi. Brescia bocciato"

Redazione

"A Sonnino non c'era nemmeno il campo di calcio. In contesti simili il pallone diventa compagno quotidiano, inseparabile.

 

Bisognava tenerlo incollato al piede per strade e sentieri, in salita e in discesa, sull'erba e sui sassi, facendo grande attenzione: Bastava un controllo sbagliato e ti rotolava in un burrone. Ogni giornata era un allenamento di tecnica e ogni angolo era buono per imparare qualcosa”.

 

La storia del calcio regala fotogrammi di questo tipo, capaci di trasformarsi, a distanza di anni, in scene leggendarie. Fu così per il piccolo Alessandro degli anni Sessanta, che diventò il grande Spillo Altobelli. Dal cortile di un paesino laziale alla maestosità dello stadio Santiago Bernabeu. Inevitabile soffermarsi sul giorno dei giorni quando si parla con uno degli eroi di Spagna '82: Trasferire un'emozione immensa in parole è difficileammette Altobelli raccontandosi alla Voce del Popolo -. Giocare una finale mondiale non capita a tutti. Vincerla segnando il gol che chiude i conti è capitato a pochissimi. Impossibile spiegare ciò che si prova. Tardelli fece un urlo indimenticabile, io alzai semplicemente un dito al cielo. Reazioni diverse, ma dentro c'era lo stesso vortice indescrivibile”.

 

Dagli albori all'apice. Nel mezzo (e successivamente) c'è stato molto altro. "Ho avuto allenatori fondamentali per la mia crescità. Penso spesso a Gigi Sitzia, tecnico delle giovanili del Latina che mi insegnò i movimenti dell'attaccante; ad Angelillo, vero maestro di tecnica; a Bersellini, il migliore di tutti che fece volare la mia Inter”. Tra i compagni impossibile non menzionare Evaristo Beccalossi: “Eravamo gemelli, un legame unico. Lo consigliai all'Inter e c'è un aneddotto bellissimo in merito. Ero in ritiro con i neroazzurri e c'era in tv una partita del Brescia. Dissi a tutti di tenere d'occhio Becca perché era fortissimo. Ad un certo punto corner per le rondinelle, batte lui ma invece di colpire la palla calcia in pieno la bandierina. Non vi dico quanto mi  presero in giro i miei compagni, ma alla fine la società mi ascoltò”. Tra gli avversari, invece, la mente va “alle battaglie con Brio, Gentile e Vierchowod. I difensori di una volta erano spietati e davvero forti”.

 

Altri tempi, figli di un calcio più nostrano e popolare: “Le grandi squadre costruivano le loro fortune sui propri settori giovanili, valorizzando i ragazzi italiani che poi finivano per trascinare la Nazionale. È quello che manca oggi. Secondo me bisogna investire sempre più sulla formazione dei giovani calciatori, affiancando ai più piccoli gli allenatori migliori. Oggi è diverso, e nelle prime squadre il business è enorme. Ai miei tempi i contratti erano annuali, e dovevi sudarteli".

 

Anche il gioco è cambiato: "Sicuramente, ma per certi versi in peggio. Io sono ancora del partito secondo il quale il portiere bravo è quello abile negli interventi con le mani e nelle uscite, non nei passaggi. Come mi descriverei a un giovane? Ero un attaccante completo e duttile. Colpo di testa, tiro, dribbling, forza. Me la cavavo bene in tutto e non avevo grandi difetti, poi segnavo ma sapevo anche giocare per la squadra e sfornare assist. Oggi fatico a individuare qualcuno simile a me. All'epoca era più difficile segnare: quando facevi 10-15 gol in campionato potevi vantartene”.

 

Poi arrivò il giorno dell'addio: “Dopo 11 anni all'Inter e la parentesi alla Juventus tornai a Brescia per chiudere il cerchio. L'ultima partita vincemmo 2-0 con il Padova grazie a una mia doppietta. Stavo ancora bene, ma se quando suona la sveglia non hai voglia di andare ad allenarti è il momento di dire basta. Smettere non fu doloroso. Il giorno dopo ero in Scozia a caccia con gli amici”.

 

La passione, però, è per sempre e oggi Alessandro “Spillo” Altobelli è opinionista televisivo: “Ho ovviamente gioito per lo Scudetto dell'Inter. Marotta e Conte hanno fatto un lavoro straordinario. Lo stesso discorso vale per Mancini in Nazionale. L'Italia sarà protagonista agli Europei e potrà giocarsela con le altre favorite: Francia, Spagna, Inghilterra, Germania e Portogallo".

 

Un pezzo di cuore, ovviamente, batte sempre per il Brescia: "Stagione deludente. L'exploit finale non può salvare un bilancio complessivamente negativo. Cellino ha fatto buone cose in un momento difficile della storia del club, ma ritengo che per vedere stabilmente il Brescia in A e provare a sognare qualcosa in più servirebbe un imprenditore bresciano, qualcuno che ami profondamente questa città e la senta dentro. Negli ultimi due campionati sono stati fatti molti errori. La gestione degli allenatori e i continui esoneri hanno fatto più male che bene. Con la rosa di quest'anno in B si poteva essere assoluti protagonisti, invece molti top player se ne sono andati. Speriamo che in futuro le cose possano andare meglio perché i tifosi e la città meritano grandi soddisfazioni”.