Addio a Dante Crippa. Uno "show" lungo 83 anni che ha lasciato il segno

Redazione

"Venite, signori, ad ammirare come si gioca al Mirabello, in questo campo schifoso che nemmeno i pattinatori riuscirebbero ad utilizzare. E i contadini lo venderebbero sotto costo. Venite a vedere come gioca un certo Dante Crippa, come salta i suoi avversari e sguscia via con balzi da cavalletta. Venite signori, qui possiamo sognare".


Le macchine da scrivere dei cronisti di fine anni Sessanta descrivevano così la Reggiana di Dante Crippa, una squadra che sapeva trascinare e divertire un'intera città. Sulla rete della gradinata nord dello stadio Mirabello c'era uno striscione fisso. Sfondo granata e due semplici parole in bianco: "Crippa Show". Rimase lì per quattro stagioni, come omaggio perpetuo e incitamento per quell'ala sinistra che fece innamorare tutti a suon di tecnica e dribbling, sfornando molti assist e 29 gol.

 

I tifosi gli dedicarono quelle due parole che, oggi, assumono un significato più profondo, estrema sintesi di una vita intera. Quella del signor Crippa è finita all'alba del 27 febbraio, quando l'83enne di origini brianzole, bresciano d'adozione, si è spento dopo aver contratto il Covid in ospedale, dove era stato ricoverato per un problema cardiaco.

 

Crebbe calcisticamente nelle giovanili del Fanfulla, e dopo la prima stagione in Serie C venne subito notato dagli osservatori del Brescia. Era il 1956, e il diciannovenne Crippa balzò in Serie B con la V bianca sul petto per un percorso di crescita calcistica e umana segnato anche dall'incontro con la donna della sua vita: Bruna, conosciuta sull'autobus che conduceva allo stadio di viale Piave, dove all'epoca si trovava la casa delle rondinelle. 

 

Nella sua ultima stagione in biancoazzurro (66 le presenze complessive), Crippa calcò l'erba del neonato stadio Rigamonti, il cui calore lasciò il segno nei suoi ricordi più belli di calciatore. Non potè dire di no alla chiamata del Padova del mitico Nereo Rocco, figura chiave per la sua maturazione. In Veneto due stagioni a fare da ispiratore a bomber Milani, prima della chiamata della Juventus allenata da Amaral, dove al fianco di Omar Sivori e di un altro ex Brescia - Zigoni - conquistò un secondo posto, ma senza brillare, frenato da un grave infortunio. Poi il passaggio alla Spal: una retrocessione in B, una promozione in A e un rapporto burrascoso con il presidente Mazza, che nel 1966 lo cedette alla Reggiana, in B, per ripicca.

 

Fu la fortuna di Crippa e degli emiliani. A Reggio trovò la sua dimensione ideale, sfoggiando tutta la sua classe e diventando una bandiera granata. 128 presenze, tifosi impazziti per la sua genialità, per quella classe capace di elevare una semplice partita in spettacolo, ispirando i bambini e facendo balzare in piedi gli anziani. La sua mente era libera, le giocate sgorgavano con estrema naturalezza, spinte da un entusiasmo percepibile, che riempiva l'aria in attesa del suo celebre "passo doppio". Fotogrammi indelebili, che fruttarono, molti anni dopo, il riconoscimento come miglior giocatore della storia della Reggiana.

 

Un quadriennio da protagonista assoluto in B, poi il cambio di rotta. A 33 anni Crippa fu convinto dal suocero ad assumere un ruolo di rilievo nella sua azienda, attiva in ambito vinicolo e dolciario. Altri tempi, e la consapevolezza che il suo show potesse andare oltre il rettangolo verde, sotto altre forme. Un anno part time, metà agente di commercio, metà calciatore, poi gli scarpini appesi al chiodo definitivamente, con l'arrivo di ottimi risultati anche in ambito professionale.

 

Sul finire degli anni Settanta fondò insieme ad altri ex Brescia il Club Azzurri, società dilettantistica con sede a Mompiano che nel corso dei decenni seppe affermarsi sia con la prima squadra - che sfiorò la Serie C - sia con un settore giovanile di ottimo livello.

 

Lo sguardo di Crippa era fisso soprattutto lì, sul vivaio, dove nel corso del tempo fu prima allenatore, poi dirigente e riferimento tecnico per il presidente Costantino Bonomelli, di cui fu vice. Visse quel percorso lasciando la sua impronta sul Club. L'eleganza nei modi e l'imponente cultura sportiva lo precedevano, sia quando indossava giacca e cravatta sia quando, già over 60, optava per tuta e scarpini, facendo da autentico maestro di tecnica ai piccoli "Azzurri"

 

Occhi che brillavano quando captavano fantasia, quando percepivano che la squadra giocava tutta insieme, suonando la stessa musica. Sguardi che sapevano lasciarsi andare ad una gioia pulita dopo un gol, che diventavano severi quando era il momento di educare. Le sue parole erano dirette, ben calibrate, non ne sprecava mai. Pochi consigli, ma quelli giusti, spendibili nello sport ma da custodire anche per diventare adulti di qualità.

 

Per lui il calcio era estetica collettiva all'interno della quale poteva emergere il singolo, in una danza intrisa di benefici reciproci. Un'esibizione artistica di cui lo spettatore doveva godere. Amava il Barcellona, perse la testa per quello di Guardiola, che lo incantò più di ogni altra squadra.

 

Domani la chiesa di San Bartolomeo ospiterà, alle 10.30, l'ultimo saluto. Gli 83 anni di Dante Crippa confluiranno, in un attimo, in quello striscione senza tempo, composto da due semplici parole: Crippa Show. Il marchio di fabbrica di un uomo che ha vissuto per essere protagonista di uno spettacolo chiamato vita, giorno dopo giorno. Lo sanno bene la moglie Bruna, i quattro figli Massimo, Patrizia, Giorgia e Gloria, i nipoti. Nei loro volti c'è il suo show nello show, quello di cui andava più fiero, quello che non finirà. Anche la morte può essere dribblata.

 

Bruno Forza