Bolis: "Meno parole e più pazienza con i giovani. Riempiamo di conoscenze il loro zaino"

Il percorso dei responsabili del settore giovanile bresciani ha vissuto una nuova tappa, quella organizzata lunedì scorso sulla piattaforma Zoom con Antonello Bolis, docente universitario e coordinatore dei progetti psicopedagogici del vivaio del Milan.

 

Un incontro formativo che ha garantito ai corsisti spunti di rilievo in merito agli aspetti riguardanti la comunicazione e la psicologia legata al calcio nell’ottica dell’educazione di bambini e ragazzi.

 

“L’idea di comunicazione – ha esordito Bolis – riconduce immediatamente al concetto di parola, che gli allenatori utilizzano talvolta un po’ troppo. C’è l’idea di guidare i giocatori come soldatini anziché permettegli di mettersi in gioco, di sbagliare e di imparare”.

 

Bolis si è focalizzato anche sull’importanza di dare valore al tempo e alla pazienza, pur nella perseveranza: Non dobbiamo avere fretta. Quando un bambino inizia il suo cammino sportivo ha davanti oltre un decennio di formazione. Pretendere risultati immediati o a breve termine è un grave errore. Bisogna garantire loro lo sviluppo di una base motoria e tecnica ampia, perchè nella situazione che ritroverà in campo il bambino possa fare memoria di un contesto già vissuto in allenamento. Non dobbiamo proporgli le soluzioni, ma mettergli sulle spalle uno zaino in cui possa inserire conoscenze e abilità che potranno tornare utili in futuro“.

 

Poi gli aneddoti: “Nelle giovanili del Milan Gabbia non voleva fare il difensore. Era un ragazzo maturo, intelligente, di valore, ma con grande personalità, che voleva capire le cose e diceva la sua. Noi volevamo impostare da dietro e lui era l’ideale come regista difensivo e pensavamo che il suo futuro fosse lì, ma voleva giocare in mezzo al campo. In quel ruolo era già capitano della Nazionale. Non accettava di essere schierato in difesa, non condivideva il nostro lavoro e il nostro punto di vista. Abbiamo dato tempo al tempo e gli siamo stati vicini. Oggi vederlo in quel ruolo è una soddisfazione. Era giusto che esprimesse le sue perplessità. Noi abbiamo lavorato per convincerlo e alla fine ci siamo riusciti”.

 

Nel settore giovanile occorre una comunicazione sintetica ed efficace: “I bambini hanno poca attenzione, i discorsi lunghi non servono. Non raggiungono l’obiettivo. Bisogna utilizzare il loro linguaggio, che funziona per immagini e sapere qual è il momento giusto per intervenire, aspetto determinante”.

 

Allenatori e dirigenti devono lavorare a 360 gradi: La più grande virtù di un educatore è saper osservare, che significa molto più di guardare. È importantissimo saper cogliere i dettagli, avere gli occhi spalancati su come si comporta un bambino in una situazione, su come si relaziona con gli altri, su come risponde a stimoli, come vive l’errore o risolve un problema. Bisogna metterci molta osservazione, poco ragionamento e nessuna delle nostre idee precostituite”. 

 

Come scegliere un allenatore valido? “Bisogna tenere conto di diversi aspetti. Il suo sapere è fondamentale, ma non è l’unica cosa che conta e non può riguardare solamente tecnica e tattica. Deve essere in grado di conoscere il ragazzo a livello umano, relazionale, caratteriale. Troppi tecnici non sanno nulla della storia dei loro giocatori, della famiglia, della scuola. Bisogna tenere in considerazione tutta la sfera umana del ragazzo. Poi un allenatore deve tradurre conoscenze e principi con l’empatia e creare un bel clima di lavoro, un ambiente in cui il ragazzo possa esprimersi al meglio. Infine deve saper far fare, perché i protagonisti devono essere i giocatori. L’allenatore che arriva al punto di poter fare un passo indietro ha vinto”.

Tra i modelli da seguire Bolis sceglie Franco Baresi. “Uno che parla poco, ma che dà un peso alle parole, caricandole di significato e concetti veri. Oggi purtroppo i tipi come lui sono fuori moda. Conta l’immagine. Si tende a vendere fumo. Franco quando allenava badava al sodo, aveva senso pratico”.

 

Infine una riflessione su questi tempi difficili: “La pandemia ci ha spinti verso una situazione drammatica anche dal punto di vista sportivo. I bambini hanno bisogno di relazioni, che sono vitali per loro e per la costituzione della loro personalità. Stiamogli vicino come possiamo, anche attraverso la tecnologia”.

 

 

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