Italia, no ai processi azzurri. È tempo di salire sul carro dei costruttori per ristrutturare il nostro calcio

di Bruno Forza

“I campioni tornano a casa e nessuno si sorprende” scrive il quotidiano portoghese A Bola. In Inghilterra il Sun parla di “Passeggiata svizzera”, lo spagnolo As titola “Arrivederci Italia”, il tedesco Bild opta per un sarcastico “Apocalypse Ciao”. È il day after, il risveglio europeo dell’Italia del calcio, chiamata a fare i conti con l’ennesimo fallimento epocale della sua storia recente.

L’esperienza di Germania 2024 non può essere definita diversamente. Quattro partite disputate e una sola vittoria, quella all’esordio contro l’Albania, in cui si sono visti sprazzi di gioco soltanto nel primo tempo. Il nostro Europeo, di fatto, è finito lì: dominati dalla Spagna; in apnea contro la Croazia, salvati dal lampo di Zaccagni; annichiliti dalla Svizzera.

È la sconfitta di tutti. Di una rosa mediocre nel collettivo e nei singoli, che mister Spalletti non è riuscito a plasmare. L’impresa era ardua, ogni Geppetto necessita di una Fata Turchina per trasformare un pezzo di legno in burattino animato, ma il nostro commissario tecnico non ha saputo modellare il materiale umano a sua disposizione, non ha scelto un’identità, camuffando la squadra a seconda delle situazioni. Più trasformista che stilista: dal 5-3-2 arcaico nella gara decisiva del girone, che trasudava paura, al 4-3-3 senz’anima nella partita da dentro o fuori con gli elvetici, che ci hanno impartito un’autentica lezione. Nessuna traccia dei principi del calcio moderno chiesti alla squadra alla vigilia della competizione, anche se va detto che non era semplice estrapolarli da una Serie A démodé nella maggior parte delle proposte di gioco e piuttosto noiosa, salvo rare eccezioni, nei fondamentali proposti dai suoi interpreti, sempre più atleti e sempre meno calciatori.

Un’eliminazione che conferisce una luce nuova al successo di tre anni fa, che assume sempre più i contorni dell’exploit, dell’acuto isolato, di un’aria armoniosa incastonata in uno spartito scadente, perché il percorso azzurro degli ultimi 10 anni parla chiaro. Una sola partecipazione ai Mondiali, quella in Brasile del 2014. Uscimmo al primo turno lasciandoci dietro una disastrosa Inghilterra e facendoci precedere dalla sorprendente Costarica e dal solido Uruguay. A Francia 2016 prestazione dignitosa, fuori ai quarti di finale, eliminati dalla Germania ai rigori. Poi l’incubo delle mancate qualificazioni ai Mondiali del 2018 in Russia e del 2022 in Qatar, condannati da Svezia e Macedonia. Nel mezzo le notti magiche del 2021 inglese targate Roberto Mancini, che in quell’estate propose un’Italia diversa dal solito: coraggiosa, incline al possesso palla e ad un gioco propositivo.

Ieri sera l’ennesimo naufragio, specchio di un sistema che non funziona. Mentre iniziano i processi è giusto ricordare che la Nazionale rappresenta solamente la punta dell’iceberg. I problemi veri restano sotto la superficie dell’acqua e occorrono onestà intellettuale per individuarli, ma soprattutto volontà, visione e operatività per risolverli. C’è un’arroganza di fondo che anima il pensiero medio italiano. “Noi abbiamo vinto quattro Mondiali. Gli altri?”. Una mentalità che non giova, che trasforma il terreno in sabbie mobili quando si mescola ad un altro vecchio adagio: “L’Italia è questa, ha sempre giocato così e funzionato così. È il nostro dna”. Basta. È necessario fare un bagno di umiltà e lasciarsi ispirare da chi sta correndo più veloce. Indagare i suoi sistemi, a 360 gradi. I fallimenti della Nazionale vanno trasformati in campanello d’allarme per ridisegnare un Paese e un calcio vecchio, macchinoso, depotenziato. Per individuare i responsabili non basta fare la video-analisi della partita Italia-Svizzera. Politici, federazione, dirigenti, allenatori, insegnanti, genitori e tifosi devono diventare protagonisti di un rinascimento calcistico.

Abbiamo stadi obsoleti e centri sportivi inadatti. Nella nostra Brescia la situazione è sotto gli occhi di tutti, ad ogni livello. Il Rigamonti è un impianto indegno. Come se non bastasse il principale centro sportivo cittadino, il San Filippo, non è certamente all’altezza delle sue potenzialità. Scendendo in profondità approdiamo nel quartiere San Bartolomeo, dove c’è un cantiere aperto da anni con famiglie costrette a scarrozzare i figli a chilometri di distanza. Tante, troppe società non hanno spazi sufficienti per garantire un’offerta sportiva all’altezza e la logica degli orticelli prevale su sinergie che potrebbero conferire maggiore funzionalità ai progetti calcistici.

L’Italia non è un Paese per giovani e ne abbiamo prove in ogni ambito. Età media di 47 anni, 6 neonati ogni mille abitanti, 1,2 figli per donna. Negli ultimi vent’anni la denatalità ha assunto dimensioni preoccupanti: 5 milioni di giovani in meno rispetto al 1994, con gli esperti che hanno coniato il termine di “glaciazione demografica” per definire la situazione attuale. Un’involuzione che è anche sociale, soprattutto nelle città, dove parchi pubblici, cortili e oratori sono spesso vuoti. Il calcio si gioca nelle società sportive, ultimi baluardi in grado di garantire a bambini e ragazzi sfogo, attività fisica e interazione. Trovano lì il pallone, ormai diventato uno strumento. Per le vecchie generazioni, invece, era un compagno inseparabile, perennemente sotto braccio, tra i piedi o caricato sulla bicicletta. Le ore dedicate a tedesche e torneini vengono erose con avidità da videogiochi e smartphone, maneggiati con disinvoltura e messi a disposizione dai genitori molto, forse troppo presto. E che dire della scuola? Continua a non cogliere le esigenze dei giorni nostri. Vi si trascorre molto tempo ma sport, arte, musica continuano ad avere poco spazio, delegate all’esterno. Non funziona così in oltre altre nazioni. Il risultato? Genitori sempre più affannati infilano allenamenti, lezioni e corsi dei figli nei pochi ritagli di tempo individuati in agende sempre più fitte, oppure delegando l’incombenza ai nonni moderni, sempre più costretti a rifare i genitori.

Eppure il talento c’è, resiste e sboccia, incurante di tutto. Come un fiore nell’asfalto. Lo dimostrano le nostre Nazionali giovanili, l’ultima della serie l’Under 17 campione d’Europa. Sono i migliori del continente nella loro fascia d’età. Quale futuro per loro? Una grande incognita. Inevitabile in un’Italia poco incline a lanciare giovani di classe, dove a 22 anni sei ancora considerato acerbo e chiuso, in un campionato di Serie A zeppo di calciatori stranieri. Nella passata stagione il 61% di chi è sceso in campo non era nato né cresciuto qui. Siamo stati il Paese europeo con più calciatori provenienti da oltreconfine. Ai potenziali azzurri, in sostanza, vengono assegnate soltanto 39 maglie su 100 disponibili. Una tendenza che, nel recente passato, non ha dato grandi frutti. L’ultima Champions League conquistata risale al 2010. La vinse l’Inter. Prima del recente trionfo dell’Atalanta in Europa League l’ultima affermazione nostrana risaliva al 1999, quando la competizione si chiamava Coppa Uefa e ad esultare fu il Parma. Gli interrogativi che frullano in testa sono molti. È normale che nell’undici titolare dell’Italia di ieri ci fossero soltanto due giocatori della Juventus e che il Milan non abbia rappresentanti tra i convocati? Ve la immaginate una Spagna senza giocatori di Real e Barcellona o una Germania senza tesserati di Bayern e Borussia?

Ci sono anni luce a separare l’interesse e i fondi investiti per le prime squadre rispetto ai vivai. Presidenti, dirigenti e sponsor sono focalizzati soprattutto sugli adulti, in ogni categoria. Accade in ambito professionistico, ma non solo. A Brescia stiamo assistendo, da anni, al perenne autunno del settore giovanile delle rondinelle, il cui nido viene mantenuto in vita come semplice e ipotetica fabbrica di plusvalenze, non come cantera alla quale garantire dedizione, sforzi e senso di appartenenza. Un discorso che vale per molte altre realtà, basti pensare alle disparità enormi di trattamento economico tra chi opera a contatto con gli adulti e chi si dedica agli under. Istruttori, allenatori e dirigenti dell’attività di base e agonistica devono dividersi tra due lavori, talvolta perfino a operare come volontari, anche in ambito professionistico. E che dire dei talent scout? Gli scopritori dei futuri Baggio, Del Piero e Donnarumma nella migliore delle ipotesi devono farsi bastare rimborsi spese sufficienti a malapena per coprire i costi della benzina consumata macinando chilometri ogni weekend.

Mentre si concretizzano questi scenari il calcio dilettantistico non va nella direzione opposta, ma tende piuttosto a scimmiottare i big. Sulla bilancia degli investimenti fatti dai club di Eccellenza, Promozione, Prima Categoria e non solo, la voce più onerosa è sempre quella riservata ai compensi dei calciatori della prima squadra, molti dei quali sono tutto fuorché dilettanti e intascano veri e propri stipendi full time durante la regular season per poi mietere lauti cachet durante i tornei notturni. Contraddizioni forti, priorità rovesciate, che non giovano al sistema.

Dietro le quinte non ci sono innovazione, modernità ed efficienza. Si vaga in labirinti inspiegabilmente senza vie d’uscita. Una delle piaghe ormai incancrenite riguarda le qualifiche degli allenatori. La federazione impone tecnici patentati e non organizza abbastanza corsi per diplomarli, insistendo sull’odioso e iniquo accesso a punti, che chiude le porte in faccia a chi non è stato calciatore ad alti livelli e impone giorni, orari e costi di partecipazione spesso impraticabili. Eppure la formazione dovrebbe essere un diritto garantito a tutti, restituendo inevitabile valore a tutto il sistema.

C’è poi il tema della cultura sportiva, concetto chiave ancora deficitario. Basta recarsi sui campi per constatarne l’impoverimento. Troppi allenatori sono focalizzati sulla ricerca del risultato, tanto da dimenticare la priorità assoluta: la crescita dei ragazzi. In tribuna gli show di genitori isterici sono all’ordine del giorno. Vivono le partite in preda all’ansia, sbraitano e si agitano implorando i figli di buttare via la palla quando vengono pressati. Più lontano possibile, più in fretta possibile. Pensare può essere pericoloso. C’è chi dà indicazioni tecniche, chi insulta gli arbitri, chi si dispera al triplice fischio, chi è sempre pronto allo scontro verbale per motivi a dir poco futili. Difficile, in contesti simili, rendere il terreno fertile.

Tra mamme, papà, nonni e zii sempre più spesso spuntano figure distinte. Sono procuratori in cerca di promesse da inserire nel loro recinto con largo, eccessivo anticipo, talvolta anche sorvolando sulle tempistiche previste dai regolamenti federali.

Tra gli enti protagonisti del nostro calcio c’è grande frammentazione. Al Csi, dove finalmente verrà abolito il retropassaggio al portiere e dove si spera che qualche allenatore in più spieghi ai portieri che esistono alternative alla pratica del rinvio lungo, hanno imposto ma liberalizzato l’accesso ai corsi per allenatori e dirigenti, che si stanno formando a centinaia, anche a Brescia. Ciò che viene imparato su quei banchi e l’esperienza maturata sui campi degli oratori, tuttavia, non ha alcun valore per gli illuminati della Figc di Coverciano, come se allenare gli Under 12 dell’Uso San Domenico Savio fosse differente dal guidare i pari età di qualsiasi squadra dilettantistica. Corsi diversi, arbitri diversi, regole diverse, proposte tecniche diverse. Due mondi che continuano a non parlarsi e che devono fare i conti con problematiche profonde da anni, rinviando costantemente l’individuazione di soluzioni che, forse, emergerebbero collaborando. Ovviamente se si vive il calcio in una logica di semplice mercato prevalgono obiettivi di non belligeranza, il mantenimento della propria fetta, di uno status quo che non migliora le cose, ma che permette di sopravvivere.

Ecco il nostro destino: tirare avanti. Aspettando e ripartendo, senza innovare. Perché alla fine che colpa ne abbiamo noi se Spalletti, come Ventura e Mancini hanno sbagliato convocazioni e formazioni? Cosa possiamo fare noi comuni mortali se Scamacca non è Toni e se non nascono più i Pirlo e i Totti? Se perdiamo sarà perché non eravamo in forma, c’è sempre un colpevole no? Se la storia non ci ha insegnato nulla mettiamoci pure in coda, puntiamo il dito su commissari tecnici e calciatori azzurri, fermandoci lì. Sfoghiamoci, in attesa di nuovi salvatori della patria e di improvvisazioni estive che tra 2, 4, 20 o 40 anni potranno regalarci altre notti magiche, ma non ci faranno crescere. L’alternativa c’è, ed è salire tutti su un carro: non è quello dei vincitori, ma quello dei costruttori. C’è posto per tutti.

 

 

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