Sodinha: "Questo Brasile non mi convince. Usa '94 il Mondiale più bello"

di Bruno Forza

Questa sera a Offlaga ci sarà un angolo di Brasile. Accadrà al chiosco di Felipe Sodinha, dove l’ex fantasista del Brescia, neopresidente del club bassaiolo, osserverà la sua Seleçao chiamata a superare l’ostacolo Giappone nei sedicesimi di finale dei Mondiali.

Fiducioso?
“Mica tanto. Ovviamente tiferò con tutto il mio cuore, ma non sono convinto che arriveremo fino in fondo. La qualità non manca nella rosa e Ancelotti è una garanzia: con lui in panchina è come giocare in dodici, ma questo Brasile non ha un collettivo forte e meccanismi di alto livello come certe formazioni del passato. Penso che, in questo momento storico, sia molto aggrappato alle individualità. Se Vinicius è in giornata no e Neymar non è in condizione diventa difficile”.

Sembra impossibile, ma da troppo tempo manca un attaccante centrale all’altezza della maglia verdeoro, strano per una nazionale che ha fatto degli attaccanti il suo marchio di fabbrica.
“È così. Forse anche perché quelli della nostra generazione hanno ancora negli occhi le gesta di Ronaldo e anche solo avvicinarsi diventa davvero proibitivo. È un discorso che vale anche in altre zone del campo. Avendo vissuto un’età dell’oro è dura appassionarsi per questi giocatori. Ci sono stati anni in cui avevamo fenomeni in ogni zona del campo e c’erano stati anche passaggi di consegne importanti. Da Cafù a Dani Alves, da Roberto Carlos a Marcelo. Ora è tutto più complicato”.

L’avversario sarà un Giappone che può creare parecchi grattacapi.
“Sono d’accordo. È una nazionale in crescita costante, che probabilmente non è mai stata così forte. Hanno lavorato davvero bene, mettendo in atto un progetto tecnico interessante, ora raccolgono i frutti. Per il Brasile non sarà affatto una passeggiata. Devo ammetterlo: ho tanta paura”.

Chi sono le favorite per il titolo?
“Punto su Francia e Argentina. I primi hanno una raffica di campioni là davanti. Possono risolvere le partite in qualsiasi momento. L’albiceleste è solida, hanno un fenomeno come Messi in squadra e sono tutti uniti nel giocare con e per lui. È ciò che manca al Brasile. Attenzione anche alle sorprese. Oltre alla Germania, che mi sembra sia stata un po’ sottovalutata ultimamente, c’è da tenere d’occhio Marocco e Norvegia”.

Qual è il tuo ricordo più bello legato al Brasile e ai Mondiali?
“Usa ’94, un’edizione amara per l’Italia ma un sogno per noi. Abitavo ancora nelle favelas, trascorrevo le giornate in strada a giocare a pallone e a colorare l’asfalto di giallo, verde e blu, i colori del nostro Brasile. Anni spensierati, insieme ad amici e famigliari. Quei contesti mi hanno insegnato l’umiltà e l’importanza di tenere i piedi per terra, oltre alla bellezza di essere tutti uniti sotto la stessa bandiera, pronti ad abbracciare come se fossero fratelli anche perfetti sconosciuti dopo un gol di Romario o Bebeto. Ricordo una cavalcata emozionante. Quello era un altro calcio”

Tu hai indossato la maglia verdeoro nell’Under 15.
“Sì, ed è stato bellissimo, anche se furono solo allenamenti e amichevoli. Anni dopo stavo per tornare nel giro nelle nazionali giovanili ma un problema al polpaccio fece saltare una convocazione. Restai con il club, il Paulista, e in quei giorni venne ad osservarmi Manuel Gerolin, capo degli scout dell’Udinese. La mia vita, probabilmente, cambiò proprio in quel momento e prese la direzione dell’Italia. Dio volle così. Il confine tra fortuna e sfortuna a volte è sottile. Anni dopo mi proposero di giocare nell’Under 21 azzurra. Rifiutai, temevo di perdere la possibilità di giocare, un giorno, nel Brasile e quello era il mio sogno più grande di tutti”.

Che idea ti sei fatto del fallimento della Nazionale italiana?
“Penso che si debba mettere un punto e dare inizio ad una nuova era partendo da zero e pensando al futuro, mettendo obiettivi a lungo termine, non a breve. Bisogna pensare da qui a dieci anni, non due o tre. Ripartire dall’attività di base, a tutti i livelli, nei professionisti come nei dilettanti e negli oratori, lavorando per sviluppare educazione e talento, non per cercare risultati. Chi allena nei settori giovanili deve avere una mentalità e una cultura diverse rispetto a ciò che si è visto fino ad oggi. La priorità deve essere far migliorare il ragazzo. A Offlaga il mio nuovo progetto sarà proprio questo. Se vogliamo far rinascere l’Italia serve il supporto di tutti. Bisogna essere allineati a certi valori e dare importanza al calcio, che è fonte di divertimento ma può fare molto anche dal punto di vista sociale, perché fa crescere gli adulti di domani”.

Sei d’accordo con chi ritiene che ci siano troppi stranieri in Serie A? Perché i talenti italiani, spesso, non riescono ad affermarsi una volta arrivati in prima squadra?
“Gli stranieri sono davvero tanti, forse troppi, va però detto che incide anche il momento storico, la cultura e le attitudini. Penso che i dirigenti vedano più pronti i giovani di altre nazionalità. Io francamente vedo troppi ragazzi che non hanno la mentalità giusta. Poca passione, tanto smartphone, videogiochi, voglia di fare serate e poco spirito di sacrificio. Molto spesso non c’è fame di arrivare. La dispersione secondo me dipende anche da questo. I talenti non mancano, ma parecchi mollano o rallentano sul più bello”.

Chiudiamo con la clamorosa notizia dell’approdo di Ronaldinho al Ravenna, in Serie C.
“Ho conosciuto Dinho diversi anni fa. È stato ed è ancora il mio idolo. È una persona fantastica: umile, di cuore. Mi inginocchiai davanti a lui e gli baciai il piede destro. Secondo me è stato il più forte di tutti. La vicenda Ravenna credo sia una grande operazione di marketing. Magari farà una presenza o poco più, ma nel frattempo garantirà alla società benefici enormi in altro modo”.

 

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