di Bruno Forza
Oltreoceano c’è chi tifa la sua nazionale con passione estrema, a maggior ragione dopo un’impresa storica come quella compiuta tre giorni fa, che ha fatto esplodere di gioia un intero popolo. Parliamo di Victor Hugo Mareco e del suo Paraguay, reduce dal sorprendente successo ai sedicesimi di finale contro la Germania. L’ex difensore non ha dimenticato Brescia, che ha un posto speciale nel suo cuore.
“I Mondiali? L’inizio non è stato dei migliori. Abbiamo perso malamente con gli Stati Uniti e ci siamo rimasti male, poi il pareggio con l’Australia in una partita che si doveva vincere. Contro la Germania c’erano sentimenti contrastanti. Da un lato grande adrenalina per il livello dell’avversario, dall’altro poche speranze di qualificarsi agli ottavi, ma il calcio a volte è sorprendente ed è arrivata una vittoria inaspettata che ha esaltato tutto il paese. Ci sono stati grandi festeggiamenti. La squadra ha fatto la partita che serviva, con grande compattezza, picchiando il giusto e dimostrandosi cinica nei momenti chiave della gara”.
Chi vincerà questa edizione?
“La Francia è favoritissima. Se volessero potrebbero portare cinque squadre ai Mondiali, tutte forti. Hanno un potenziale enorme, al di sopra di tutti. Tra le possibili alternative mi piace il Portogallo, anche se ho notato che non giocano per Cristiano. L’Argentina ha uno stile diverso, lì Messi è davvero il trascinatore e i compagni sono compatti per sostenerlo. Punto su queste tre”.
Tu sei riuscito a collezionare una presenza in nazionale. Più gioia o rammarico?
“È stata una delle soddisfazioni più grandi della mia vita. Certo, è stata solo una partita, ma giocare anche un solo minuto per la propria nazionale vale più di ogni altra cosa. In quegli anni per me non era semplice. C’erano difensori davvero forti, su tutti Gamarra. Oggi sarebbe diverso”.
Nel Brescia invece 211 presenze. Una storia di vita.
“Brescia è un posto speciale per me. Lì sono diventato uomo, calciatore di Serie A, papà. Due figli su tre sono nati e cresciuti nella Leonessa d’Italia. Ho imparato moltissimo dentro e fuori dal campo. Io mi sento bresciano, non posso negarlo. Fisicamente sono qui, ma il cuore è lì con voi. Non ho ancora avuto la possibilità di tornare e mi dispiace, prima o poi lo farò. Magari per vedere il nuovo Brescia in Serie A. Sarebbe bellissimo. Lo seguo sempre, anche quest’anno. Mi è spiaciuto molto per la sconfitta con l’Ascoli, ma con un po’ di pazienza questa società riporterà la squadra dove merita”.
Qual è la partita indimenticabile tra quelle 211?
“La finale playoff con il Torino. Prima di quella sfida accaddero molte cose, fu necessario ribaltare lo spogliatoio per fare la partita giusta e vincerla. Non era facile. L’avversario era tosto. Arrivò una promozione in A stupenda”.
Puoi dire di aver giocato nel Brescia più forte di sempre, negli anno d’oro.
“Senza nulla togliere alle altre squadre della storia del Brescia credo di avere avuto la fortuna di far parte della più bella e forte di sempre. C’erano individualità pazzesche e un collettivo di grandi potenzialità. Stare al fianco di gente come Baggio e Guardiola, ma non solo loro, è stata una scuola di vita che mi ha fatto maturare tanto. Quando parlavano certi campioni e magari alzavano un po’ la voce tutti abbassavano la testa. Ho imparato tanto in campo e anche nello spogliatoio, pure nei momenti difficili. Non solo le vittorie insegnano, anzi, spesso sono molto più formative le sconfitte”.

Eri un centrale ruvido, tosto. In allenamento come gestivi la marcatura su Baggio?
“Mai toccato. Il rispetto era davvero troppo. Poi se hai nel tuo gruppo un talento del genere devi preservarlo. Sapevo che ogni domenica avrebbe potuto risolvere le nostre partite, quindi non lo sfioravo nemmeno con un dito. Se mi avvicinavo a lui era solo per fare una foto”.
Tra i giocatori da cui imparare, tra i maestri, c’era anche Vittorio Mero.
“Ero un giovane alle prime esperienze con la prima squadra. Lo osservavo spesso, si vedeva che era stimato da tutti. Quando se n’è andato ha lasciato un bel ricordo in ogni compagno, parlavano tutti bene di lui. Significa molto. Io nel mio piccolo ho visto una persona fantastica da prendere come esempio. Poi è toccato a me ricoprire quel ruolo e anche se non ero un Nesta ho fatto il mio percorso, creando un bel legame con i bresciani. Ho sempre dato tutto e i tifosi l’hanno capito, mi hanno voluto bene. Ho un ricordo bellissimo anche del presidente. Gino è stato un secondo papà. Lui e la sua famiglia mi hanno aiutato tantissimo e gliene sarò sempre riconoscente”.
Guardiola era già un allenatore in campo?
“Assolutamente sì. Chi ha conosciuto Pep sapeva che avrebbe fatto l’allenatore, ma pensare che avrebbe compiuto un percorso del genere lasciando un’impronta così significativa nel calcio mondiale era impossibile. Lui era già allenatore quando giocava. Vedeva cose invisibili per gli altri, predicava un calcio semplice, a due tocchi, non sbagliava mai un passaggio”.
Al top del calcio europeo c’è anche un mister bresciano che conosci molto bene: Roberto De Zerbi.
“Roby è un grande amico, è la classica persona che c’è sempre quando hai bisogno. Nel nostro mondo quando sei calciatore hai tutti vicino, poi quando i riflettori si spengono e smetti resti un po’ più solo e se emergono delle difficoltà scopri che tutti quegli amici di prima non erano poi così veri. Lui, invece, è una garanzia. Potrei dire la stessa cosa di Edo Piovani, la persona che ama di più il Brescia al mondo. Tornando a De Zerbi ci sentiamo ogni tanto. Seguo con attenzione il lavoro che sta facendo come tecnico, perché propone un calcio bello e complesso da decifrare, che mi interessa molto. Salvare il Tottenham non era semplice, ha fatto un ottimo lavoro”.

Anche tu ora sei un allenatore. A chi ti ispiri?
“Sì alleno in una società di Terza Divisione nella mia città, a Piquete. Non è facile. Giocare a calcio è una cosa, fare l’allenatore un altro mestiere. Lavorare in Europa sarebbe il mio sogno, magari nel settore giovanile del Brescia. Mi attira molto il mondo dei ragazzi, trasmettere loro la mia esperienza. Il mister al quale devo tutto è Carletto Mazzone. Mi ha lanciato a soli 17 anni, dandomi un’opportunità grandiosa e insegnandomi moltissimo. Purtroppo non c’è più, ma il suo ricordo è sempre vivo in me e per me sarà sempre un modello”.
Che ricordi conservi della Serie A? In quegli anni era l’Olimpo del calcio.
“Ho avuto la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto. In quegli anni l’Italia era il top. Un difensore doveva fare i conti ogni domenica con attaccanti di valore assoluto. C’erano stranieri fortissimi e gli italiani erano uno più bravo dell’altro: Totti, Del Piero, Cassano, Del Vecchio, Montella, Inzaghi. Incredibili”.
Oggi, invece, la Nazionale è in crisi.
“È quasi inspiegabile. Tre assenze consecutive ai Mondiali sono qualcosa di assurdo. Credo che si debba lavorare per individuare i problemi e risolverli, anche se credo che i nuovi criteri di qualificazione penalizzino un po’ le squadre europee rispetto alle sudamericane, come il mio Paraguay. Ora ci toccherà la Francia. Servirà un miracolo, ma nel calcio capitano ogni tanto”.
