6 febbraio 2026. È una notte diversa da tutte le altre, sospesa tra spazio e tempo. A San Siro è buio, ma ci sono luci che sembrano scese dal cielo per guidare i passi incerti di Baresi e Bergomi, tedofori della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali. Sul palco Andrea Bocelli sta già intonando la più celebre romanza di Puccini, note e versi intrisi di orizzonti infiniti: “Nessun dorma”.
Toccherà alle bandiere di Milan e Inter portare in campo la fiamma olimpica, che arde di valori profondissimi.
Dietro le quinte i due si abbracciano.
“Franco, ho l’ansia”.
“Tranquillo Beppe, ne abbiamo passate tante, ce la faremo anche questa volta. Piuttosto, se mi vedi in difficoltà, dammi una mano”.
“In Nazionale mi hai coperto le spalle tante volte. Sarebbe il minimo ricambiarti questo favore”.
“Guardi le stelle, che tremano d’amore…”. È il momento. I riflettori si spostano sui compagni – e soprattutto rivali – di una vita. Due sacerdoti del calcio che camminano incerti, ma autorevoli, prima di un passaggio di consegne che commuove. Franco lascia la torcia agli atleti di oggi e, con la mano sinistra, trova sostegno appoggiandosi all’amico. Poi, mentre l’obiettivo delle telecamere sta per guardare oltre, alza il braccio destro, regalando per l’ultima volta un gesto leggendario, iconico, il suo marchio di fabbrica. È un addio. Franco sa che sarà l’ultima volta in quel tempio che l’ha visto diventare leggenda.
A distanza di poche ore, intervistato sulle sensazioni di questa esperienza incredibile, Baresi dirà: “È stata l’emozione più grande della mia vita sportiva. Entrare in quello stadio, che è casa mia, portare il fuoco lì dentro, proprio io. Quella torcia simboleggia valori immortali dello sport come pace, rispetto, amore, correttezza. Mi tremavano le gambe e forse pure la mano, ma ce l’ho fatta. La malattia? Nella mia vita ho sempre lottato, in campo e fuori. Nessuno mi ha mai regalato niente”. “E di speranza…”.
Quasi 6 mesi dopo le luci sembrano essersi spente del tutto. È di questa mattina la notizia ufficiale della morte di Franco Baresi, che avvolge il nostro mondo in un lutto sentito, che unisce proprio tutti, a testimonianza di uno spessore umano riconosciuto universalmente, che resterà nel tempo e dovrà diventare eredità, modello virtuoso da donare alle nuove generazioni e fonte d’ispirazione per chiunque.
Ci piace pensare che quell’ultimo braccio alzato, in quella notte del 6 febbraio, non fosse solo un saluto, ma il tentativo di mettere in fuorigioco la morte, lasciandosela alle spalle e varcando la soglia dell’eternità, dove non esiste il fischio finale.
“Dilegua, o notte. Tramontate stelle, all’alba vincerò”.
Bruno Forza
