di Bruno Forza
“Come faremo senza il nostro Capitano?”. C’è un profondo senso di smarrimento nel quesito posto da Paolo Maldini tra le righe del suo pensiero di addio a Franco Baresi, postato su Instagram lo scorso 31 luglio. Una domanda lecita, umana, che affiora inevitabilmente quando viene meno un punto di riferimento.
C’è un’intera generazione, quella a cui appartengo, che perde un padre calcistico. Sì, perché definire Baresi un idolo sarebbe riduttivo. Il suo poster in camera, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, era molto di più. Un’icona, un’immagine votiva. Lui non era come tutti gli altri. Emanava un’aura differente, più potente. Van Basten e Baggio ti facevano brillare gli occhi come uno zio giovane e divertente; Baresi era un papà del pallone, un capofamiglia, un portabandiera.
In questi giorni si è alzato nitido e forte un coro unanime di elogio al calciatore, all’uomo, a un palmarès straordinario. Penso che sia importante andare più in profondità, perché per rispondere al quesito di Maldini è necessario indagare cosa resta di una storia leggendaria. Abbiamo sognato in molti ammirando il luccichio delle Coppe dei Campioni; abbiamo pianto dopo i fatali rigori di Pasadena o durante quel giro di campo che segnò il tramonto della maglia numero 6. Bisogna andare oltre, occorre riflettere tutti insieme sul significato profondo di questa vicenda umana e sportiva, che credo sia tutto in una semplice ma potentissima parola: coraggio.
Già. Il coraggio. Ne occorre parecchio per rialzarti dopo aver perso la mamma a 14 anni e il papà a 18; per compensare un fisico non dominante con l’intelligenza tattica; per imparare a guardarti intorno, prevedere ciò che accadrà e muoverti di conseguenza. Anticipando le mosse altrui, o addirittura i tempi della storia. Occorre un gran coraggio per non pensare solo a te stesso, trasmettere sicurezza a chi ti sta intorno, aiutare gli altri a migliorarsi, insieme a te, giorno dopo giorno. Intercettare più che inseguire; difendere attaccando, senza arretrare. Prenderti responsabilità e attirare pressioni per liberare gli altri. Essere guida autorevole, con silenzi e sguardi capaci di dire tutto, senza dimenticare di sorridere. Mettere in fuorigioco i pericoli, con la testa alta ed il braccio pronto ad alzarsi.
Un braccio alzato in segno di prontezza, di determinazione. Dentro e fuori dal campo. Il braccio di chi tiene la maglia fuori dai pantaloncini, non in segno di ribellione, ma perché la sostanza conta più della forma; il fare più dell’apparire. Il braccio di chi rappresenta un’epoca. Quella dei giovani italiani che popolavano la Serie A, delle maglie che valevano più dei contratti, della condivisione che non aveva nulla a che fare con i social, del rispetto che viene sempre prima di tutto.
Chi è stato e cosa ha rappresentato Franco Baresi? Ognuno di noi ha ricordi da custodire. Nei miei occhi c’è ancora la prestazione nella finale del Mondiale del 1994, Italia-Brasile. Avevo 10 anni. Ricordo ancora i “Grande vecio!” dedicati da mio padre al Capitano ad ogni chiusura su Romàrio e Bebeto, a ogni giocata da applausi, a soli 25 giorni da un’operazione al menisco. Quella sera, seduto accanto a papà e con gli occhi puntati su Franco, così simili, capii molte cose sul calcio, ma soprattutto sulla vita.
Qualche anno in più mi servì, invece, per comprendere la portata di ciò che accadde il 7 marzo 1990, con quelle 39 rose lasciate dal Capitano sotto la Curva Z dello stadio Heysel, dove nel 1985 morirono 39 tifosi juventini, schiacciati dalla calca generata dalle cariche degli hooligans inglesi. Era la prima volta per una squadra italiana su quel campo dopo quella notte tragica. Un gesto potente, di quelli che lasciano un segno nella storia.
Le bacheche sono destinate a riempirsi di polvere, i valori no, a patto che non vengano messi in secondo piano dietro a logiche che finiscono per impoverire ciò che esiste di più nobile. Baresi ci lascia proprio questo: una chiave di lettura autentica, dalla quale il calcio italiano può ripartire. Finché penseremo solo ed esclusivamente alla prossima qualificazione mondiale non ritroveremo ciò che abbiamo perduto. Prima occorrerà fare i conti con lo specchio.
Nel maggio del 1994 il Milan conquistò una finale prestigiosa. L’avversaria sarebbe stata una corazzata: il Barcellona allenato da Johan Cruyff. Sul pullman, prima di arrivare allo stadio di Atene, Baresi (squalificato) fece un breve discorso alla squadra, dando indicazioni ai compagni. “Come faremo senza il nostro Capitano?” si chiedevano molto probabilmente Maldini e gli altri rossoneri. Non sapevano che, quel papà calcistico, aveva già insegnato tutto. A loro ieri, a noi ancora oggi. Quel Milan vinse 4-0 e diventò campione d’Europa disputando la partita più bella della sua storia. In molti, quella notte, ebbero il coraggio di alzare il braccio.
Da domani ce l’avremo anche noi?
