Rass.stampa - Valenti (Gdp): "A Parma a piedi, a Brescia ho allenato anche i ragazzi in carcere"

dalla Gazzetta di Parma

La società ha scommesso in questa stagione su di lui per iniziare un lungo cammino nel calcio femminile che conta. Giovanni Valenti, allenatore del Parma Women, vive questo importante incarico quasi come una missione perché, lo sottolinea più volte, «so quanto la società e il presidente Krause ci tengono al progetto». E non è sbagliato parlare allora di «secondo cuore» crociato, perché il club gialloblù, a tutti gli effetti, ha due cuori che pulsano all’unisono: uno maschile e l’altro femminile. Per il Parma Women, forse, c’è bisogno di pulsare ancora più forte per, spiega Valenti, «convincere i tifosi ad essere sempre più presenti allo stadio» e «crescere, anno dopo anno», partendo, in questa stagione, dalla salvezza, dalla permanenza in serie A.

Lo spirito giusto si è visto in campo in tante occasioni, ancora di più nell’ultimo match con la capolista Roma, pareggiato al «Noce» ma con tanto rammarico visto l’andamento della gara con il Parma avanti fino a pochi minuti dalla fine. Un risultato che conferma come questo cuore pulsi davvero tanto grazie al lavoro del suo allenatore. «Direi che pulsa perché c’è anche Giovanni. Prima viene sempre il club e, prima tutto, la direzione, la direzione sportiva, le persone che lavorano e che ci danno l’opportunità di esprimerci. È un privilegio far parte di questa grande famiglia». La metafora dei due cuori comunque le piacce? «Sì, possono esserci due cuori, ma due cuori di uno stesso organismo, perché sento forte la comunione con il settore maschile. C’è grande interesse per il nostro lavoro da parte del presidente Krause e del direttore Cherubini. Vengono spesso a vedere le partite, sono stati presenti anche a molti allenamenti. Siamo insomma davvero una cosa sola».

Il tutto in un anno, il 2026, importantissimo per la squadra, per la prima volta in serie A, ma anche per lei visto che il 17 aprile taglierà il traguardo dei 50 anni. «Purtroppo sì, raggiungerò questo traguardo personale (lo dice sorridendo). Ho iniziato ad allenare quando ero giovanissimo, a 19 anni. Festeggio così anche i 30 di carriera e in questi anni ho visto passare tante “epoche” del calcio. Mi rendo conto che l’età avanza, ma l’energia e l’entusiasmo sono sempre le stesse. Speriamo solo di riuscire a far valere un po’ l’esperienza acquisita in questi anni». Che stagione sta vivendo? «Una stagione davvero bella , stimolante e divertente. La società ci mette nelle condizioni di lavorare al meglio: abbiamo uno staff molto numeroso, sedici persone solo per la prima squadra. Con le ragazze come va? «Il rapporto con la giocatrici mi piace molto. Ogni tanto è più facile, ogni tanto è più sfidante, ma è sempre molto affascinante. Poi, ovvio, ci sono i risultati. Stiamo facendo delle buone prestazioni, non sempre sono seguiti buoni risultati, ma siamo fiduciosi e penso che la seconda parte del campionato sarà migliore della prima».

Uno spogliatoio il suo che rappresenta, come quello di Cuesta, ogni angolo del mondo: Italia, Spagna, Inghilterra, Francia, Danimarca, Ecuador, Ungheria, Stati Uniti, Finlandia e adesso anche Islanda e Finlandia. «Abbiamo anche un nutrito gruppo di ragazze italiane e, fra l’altro, tre di loro vengono dal nostro settore giovanile. E ci teniamo in modo particolare a loro. Abbiamo fatto nelle ultime partite debuttare due giovanissime, una è Mariah Gueguen, classe 2006, e la settimana prima col Milan è stata addirittura la volta di una ragazza del 2009, Viktoria Skrzypczak. In più, come diceva, questo mix di culture diverse: una grande opportunità di arricchimento reciproco e e di crescita». A Parma come si trova? «Benissimo. Ho già vissuto due anni qua nel settore giovanile maschile e non nascondo che quando ho fatto il colloquio per la serie A femminile ero emozionatissimo perché ci tenevo tanto a tornare, sia per il club che per la città. Questa è una realtà a misura d’uomo; non è così lontana da casa mia, io sono bresciano, e questo mi dà anche l’opportunità di tornare dalla mia famiglia, anche se spesso resto al centro sportivo anche per più di tredici ore al giorno».

Poco tempo per vivere la città… «Siamo un po’ in una centrifuga, fra partite da preparare, gli allenamenti, le sedute video con le ragazze. La voglia di andare in giro per Parma ci sarebbe, ma spesso la sera resto a casa per recuperare le forze». Faccio un passo indietro. Come ha avuto inizio la sua carriera? «Ho fatto prima di tutto undici anni nei dilettanti, esperienza davvero importante. Ho iniziato a Mompiano, il quartiere dove vivo tutt’ora a Brescia e dove ho avuto giocatori di grande talento, uno per tutti Balotelli. Poi l’opportunità di andare in diversi settori giovanili professionistici: è stato bellissimo vivere diverse esperienze perché conoscere la cultura aziendale di molti club è basilare per la tua formazione. Lavorare al Milan non è come lavorare alla Juventus. E al Parma è diverso ancora». E Brescia? «La società era in un momento di di difficoltà. Stava terminando l’era Corioni, ma avevamo dei ragazzi fortissimi come Scalvini, Cher Ndour e Zanotti…»

Poi il settore giovanile del Parma e il salto nella serie A, maschile, della Macedonia del Nord con il Brera Strumica, società fondata da Goran Pandev. Perché lo ha fatto? «Dopo 29 anni con i ragazzi ho avuto voglia di fare qualcosa di diverso e così ho lasciato Parma, dove sono stato benissimo sia nell’under 16 che nell’under 18. L’ho fatto perché c’era un’opportunità nuova all’estero con una squadra di adulti, e questo mi incuriosiva tantissimo. Mi faceva uscire un po’ dalla mia comfort zone. Tutti mi dicevano “ma non andare, ma dove vai?” e ogni volta che sentivo queste parole avevo ancor più voglia di farlo. Non è un paese facile, e lo dico con grande rispetto per la Macedonia, ci hanno trattato benissimo ma c’erano delle difficoltà logistiche e organizzative imparagonabili rispetto ad altri campionati europei. In più c’erano aspettative altissime verso uno staff italiano. Sono contento di aver fatto questo passo, prima come uomo che come allenatore».

Altre esperienze che l’hanno segnata come uomo e come tecnico? «Ho allenato i ragazzi del carcere di Brescia. Era un modo per mettermi un po’ a posto con la mia coscienza. Mi dicevo “sto facendo qualcosa di buono” ma alla fine sono stato io a crescere tanto, come persona e come allenatore. Ogni esperienza ti regala nuove conoscenze e questo mi è servito, non solo nel lavoro». Dopo la Macedonia, il ritorno a Brescia e la prima avventura nel calcio femminile. Come è andata? «Anche lì è stata una scelta un po’ controcorrente. Io, lo ammetto, non avevo mai visto partite di calcio femminile, ma non per pregiudizio, ma semplicemente perché mi concentravo sul mio lavoro nel maschile e non avevo tempo per altro». Al suo fianco anche in questa scelta il suo primo assistente, Michele Cavalli. Quanto l’ha aiutato? «È stata una grande fortuna. Michele l’ho conosciuto alla Juventus quando era uno dei due coordinatori tecnici del settore giovanile. Era il mio capo e quando ci hanno proposto di passare al femminile abbiamo deciso assieme di fare questo salto. Magari Michele, inizialmente, ha avuto un po’ più di inerzia, poi però abbiamo iniziato a guardare le partite, a seguire le giocatrici, abbiamo fatto qualche colloquio col club e anche in questo caso, come per la Macedonia, mi sono detto: “voglio fare qualcosa di diverso rispetto a quello che ho fatto per 29 anni”.

Mi ricordo anche mia moglie che mi ripeteva “ma sei sicuro?”, altri che mi dicevano «se vai al femminile, poi è difficile tornare al maschile…” Io invece mi ripetevo “voglio andare al femminile per fare la Champions League“. Non in un anno, ovviamente, però l’obiettivo era ed è ascoltare dalla panchina la musica della Champions. E ho fatto la scelta giusta, nonostante avessi delle opportunità dal maschile. Non è stato un ripiego». E infine Parma. Com’è stata la chiamata? «Tutto è nato quando ho affrontato l’anno scorso con il mio Brescia il Parma. La gara di andata era stata particolarmente bella, abbiamo perso 3-2, ma credo sia stata la prima volta che il Parma andava un po’ in difficoltà . Anche nel ritorno abbiamo fatto bene. In più a Brescia abbiamo avuto l’opportunità di avere una giocatrice del Parma in prestito: lei ha fatto molto bene, era seguita e probabilmente hanno visto come lavoravo. Così alla fine sono stato contattato dal direttore Aurelio. Per arrivare qui ho dovuto superare tre colloqui, a dimostrazione di come il club voleva scegliere con cura il nuovo tecnico. Il settore femminile gialloblù è infatti una realtà consolidata, ci sono dei forti investimenti, c’è la volontà di costruire qualcosa di importante nel futuro e raggiungere grandi obiettivi. Comunque quando ho ricevuto il primo messaggio, in cui mi chiedevano se ero disponibile per un colloquio, ho risposto che sarei venuto a farlo anche a piedi. Sapevo che si tratta di una occasione irripetibile».

Con grandi responsabilità. «Il primo compito che hai lavorando nel femminile, a Parma ancor di più perché sei in serie A, è tenere in considerazione la dimensione estetica del gioco perché abbiamo bisogno di aumentare il numero di appassionati. Le persone si entusiasmano di te, ti seguono se gli piace quello che vedono. Se lo spettacolo è attraente ci saranno più tifosi e così il movimento potrà crescere. Per questo motivo gli allenatori delle altre squadre sono sì i miei competitor, ma anche colleghi con l’obiettivo comune di creare un calcio femminile sempre più bello e attraente». Come si combattono i pregiudizi sul calcio femminile? «Io non dico che il calcio maschile e femminile siano uguali, ma non è vero che ci siano così tante disparità. Dal punto di vista della metodologia di allenamento non c’è nessuna differenza, possono diminuire i carichi di lavoro, possono magari esserci delle pause diverse, ma le scelte sono identiche. Ci sono differenti fisicità, ma sono psicologiche più che tecniche, e c’è diversità nella forza e nella velocità, ma come avviene in tutti gli sport. Ma ci sono sempre partite bellissime. Guardate la Champions League femminile e vedrete. Senza dimenticare la grande energia delle ragazze…» Cosa intende? «Le calciatrici che oggi hanno 25-30 anni, quando hanno iniziato a giocare da bambine, hanno dovuto superare delle enormi barriere culturali. E se ci sono riuscite è perché avevano una passione enorme per questo sport, altrimenti si sarebbero adeguate al contesto. Oggi la situazione, per fortuna, è molto migliorata, ma quella “energia” c’è ancora tutta».

I tifosi a Parma lo hanno capito? «A livello di tifoseria noi siamo molto fortunati. Siamo sempre seguiti da un gruppo di ragazzi che non ci abbandona mai. Durante le partite fanno gemellaggi con tutte le altre squadre ed è una cosa bellissima perché non si sente mai un insulto, sia nei confronti delle nostre giocatrici che verso le avversarie. Quando poi siamo in trasferta i nostri supporter aspettano sempre la partenza del pullman della squadra, non vanno mai a casa prima di noi. Sentiamo un grandissimo affetto per le ragazze e per il club. Quindi abbiamo la responsabilità di dare il massimo per loro». È iniziato il girone di ritorno con il pareggio con la Roma. Cosa promettete ora ai tifosi? «L’augurio, come dicevo, è di fare meglio dell’andata, fare più punti, perché vorrebbe dire che c’è stata una crescita. E se riuscissimo a fare qualche risultato in più rispetto alla prima parte della stagione, l’obiettivo salvezza lo raggiungiamo facilmente. Ultima domanda: desiderio personale di Valenti e auspicio per il Parma calcio in generale? «Il mio desiderio oggi è riuscire a ripagare la fiducia che mi stanno dando in società. Non ho nulla di cui lamentarmi, sono un privilegiato, e vorrei davvero riuscire a sfruttare al meglio questa opportunità che mi è stata data con grandi risultati». E per il club? «Se noi riusciamo a conquistare la salvezza quest’anno sono sicuro che il prossimo anno il Parma sarà ancora più forte, sia a livello di organizzazione, che di struttura societaria, di staff e di qualità delle sue giocatrici».

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