Rass.stampa - Gazzetta - Baronio: "Ero seduto sui soldi, mamma non ricorda che ce l'ho fatta"

da La Gazzetta dello Sport

Baronio, 48 anni, vecchio regista di qualità diventato allenatore, rispolvera l’album della sua vita dagli Emirati Arabi. Dall’estate scorsa è il vice dell’amico Pirlo allo United FC, in seconda serie. Come prosegue?
«Siamo secondi a -1. Dopo la batosta avuta alla Samp, con l’esonero dopo tre giornate a pochi mesi dai playoff raggiunti senza poter fare mercato, avevamo bisogno di una nuova avventura».
La sua quand’è iniziata, invece? «Nel 1990, a 12-13 anni. Guardavo “Galagoal”. Alba Parietti in conduzione, un gol in rovesciata di Fonseca in Sampdoria-Cagliari e la canzone “Uno su mille ce la fa” di Gianni Morandi. Ecco, lì pensai: “Quello che ce la fa devo essere io”».
E quando ha capito che ce l’avrebbe fatta?
«Con Lucescu, a Brescia. Stravedeva per me e Pirlo, l’amico di sempre. Ci chiamava in prima squadra dagli allievi. Dal cortile di casa alla casacca della vita. Sono cresciuto in una famiglia umile, di operai, con un fratello maggiore di 7 anni. La prima tv era in bianco e nero. Prima di fare il calciatore ho anche fatto l’imbianchino. Sa quei lavoretti estivi, per guadagnarsi 50mila lire? Mio fratello mi dava una mano, anche perché in casa, all’epoca, eravamo solo io, lui e nostra madre».
Che uomo è stato suo padre?
«È morto quando avevo 11 anni, il 28 dicembre 1988. Freddo di carattere, grande lavoratore. Quando ho debuttato in Serie A col Brescia, il 23 aprile 1995 a Bari, avrei voluto che fosse lì».
Sua madre quanto è stata fondamentale?
«È stata tutto. Nell’estate 1996, prima di andare alla Lazio, piansi. Non volevo lasciarla. Ci ho messo tre giorni a firmare, anche se parliamo di un contratto da mezzo miliardo. A Brescia guadagnavo sei milioni. All’epoca mi volevano Juve e Inter, ma seppi della Lazio solo a cose fatte. Il giorno in cui partii avevo quattro borsoni. Non sapevo cosa stessi facendo. Vorrei tanto che se lo ricordasse».
Cosa le dice quando la sente?
«Di ricordarsi che le voglio bene. “Sono Roby, tuo figlio”, le faccio notare. Lei risponde di sì e sorride. Non so se sappia davvero con chi parli».
Cosa vorrebbe che si ricordasse?
«Che ho realizzato i nostri sogni».
Prima a Brescia, poi alla Lazio.
«Penso agli allenamenti di Zeman, vomitavo una sera sì e una no dopo aver corso i tremila metri. Poi si mangiava poco: verdure, zuppe, minestroni…».
E nel frattempo Pirlo era ancora a Brescia.
«Moratti lo soffiò al Parma e lo lasciò lì. Siamo cresciuti insieme: abbiamo vinto l’Europeo U21, diviso la camera e giocato alla Reggina in A nell’anno migliore della mia vita insieme a quelli col Chievo. Nel 2000 mi voleva il Milan, ma scelsi di tornare alla Lazio. Chissà come sarebbe andata».
Il paragone continuo con Andrea le ha fatto da ombra?
«Non mi sono mai avvicinato a lui, mai. Nessuna invidia. Magari all’inizio si parlava meglio di me, ma lui non era ancora Pirlo. Scherzando, gli dico che ha imparato da me a fare il regista. A New York una volta gli dissi “oh, tra qualche anno mi fai da vice”. E lui: “Semmai è il contrario, io una squadra la trovo…».
E nel 2020 la chiamò alla Juve.
«Iniziammo con l’U23, ci ritrovammo in A. Due titoli e la qualificazione in Champions all’ultima giornata non sono bastati per restare. Avrei continuato».
Un aneddoto su Ronaldo?
«Il primo mese mi diceva solo “ciao”, poi, un pomeriggio, calciai qualche punizione dopo Pirlo. Tutte all’incrocio. Lui era a bordocampo con Nedved, gli chiese se avessi giocato. Quando gli dissi che avevo condiviso lo spogliatoio con Couto e Conceicao lui si illuminò. Da quel giorno iniziò a chiamarmi per i cross. Voleva il pallone all’altezza del dischetto per colpirla di testa. Sudavo freddo».
E lei, invece, ha avuto una carriera giusta?
«Per essere un campione avrei dovuto esserlo in tutto, non solo nella tecnica. Non avrei vinto il Mondiale, ma con più impegno nel quotidiano avrei potuto fare di più. E a volte ho avuto sfortuna».
A proposito. Cosa successe a Perugia con Gaucci nel 2003?
«Cosmi fece di tutto per avermi, lui no. Non era d’accordo sullo stipendio. Nelle prime partite, dove feci male, avevo un’infezione alle vie urinarie. Così Gaucci andò dal mister e gli disse: “Se lo fai giocare ti caccio”. Non ero convocato, non potevo parlare coi giornalisti. Una sorta di mobbing. Poi Gaucci se ne uscì dicendo che il numero 13, il mio, portava sfiga. La società scelse di mettere un “+” tra l’1 e il 3».
Un incubo, come alla Fiorentina la stagione precedente con la retrocessione in B.
«Andai per Mancini, ma la società era allo sbando. Un giorno si presentarono Stankovic e Mihajlovic, ma la trattativa saltò perché non c’erano i soldi».
E la sua storia con la Lazio come la giudica?
«Volevo giocare, chiedevo di andare in prestito, troppa concorrenza. Giocai solo nel 2009-10, dove vinsi la Supercoppa da titolare con Ledesma fuori rosa. A gennaio avevo chiuso col Bologna, ma Lotito giurò che mi avrebbe fatto due anni di contratto. Tutto falso. Per sei mesi non riuscii a parlarci».
Cosa direbbe oggi al Baronio ventenne?
«Di fare di più, di non sedersi. Il pensiero “tanto guadagno comunque” è stato l’inizio della fine. Ai giovani oggi insegno a non guardare i soldi».

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