Rass.stampa - Prandelli: "Mio progetto sui giovani è stato bloccato"

da La Gazzetta dello Sport

L’ ultima partita dell’Italia al Mondiale sembra un romanzo in una realtà alternativa, invece siamo fermi al 24 giugno 2014, in Brasile, Uruguay-Italia 1-0, Marchisio espulso senza motivo, il “vampiro” Suarez che morde sul collo Chiellini e la scampa. Ma nessuna scusa, sono trascorsi 12 anni e ne passeranno almeno altri 4, 16 in totale: il tempo che sognavano tra una Coppa e l’altra quando eravamo l’Italia. Il ct era Cesare Prandelli, uno che vorrebbe regalare se stesso per aiutare il calcio. Ma non glielo fanno fare.

Dodici anni dopo, Prandelli. Cosa rimane?
«Il pianto di mio nipote Francesco che è nato nel 2015 e ha 11 anni. Abbiamo visto Bosnia-Italia e alla fine era in lacrime. “Nonno, non andiamo al Mondiale…”. Non potevo dirgli molto, ma so che continuando così ci saranno altri bambini in lacrime in futuro. Dovremo muoverci subito, non c’è tempo».
Dodici anni trascorsi invano.
«Sì. Siete tutti testimoni di quello che è successo. Ricordo di aver presentato con altri una relazione al presidente Abete, era il 2013, prima del Brasile. Sentivamo il bisogno di intervenire. La proposta era semplice, legata al fatto che i giovani, dopo l’Under 21, non giocavano quasi più nei club ed erano immaturi per l’Italia. Bravi solo fino alle giovanili».
Può ricordare la proposta agli smemorati?
«Creare una Nazionale Under 23 come le squadre di Juve e Milan. Un’Italia Futuro in Serie C. Con tutti giocatori che i club non vogliono utilizzare finito il ciclo Under 21. A spese federali, senza chiedere premi di rivalutazione. Due anni in questo “club”. Risposta dei presidenti: sì, ma noi compriamo i giovani all’estero perché costano meno. Non è vero».
E quindi?
«La proposta era piaciuta, la politica del pallone si oppose. Mi dissero: “Un ct deve fare il ct”, come se avessi invaso un campo non mio. Così continueremo a far crescere i giovani da 14 a 21 anni e poi li perderemo. Anche Gravina era interessato. Arriva l’avvocato e ti dice che non è nello statuto, arriva un altro e ti dice che non c’è una città. Ma per favore… Lo statuto si cambia, c’è Coverciano, la Fiorentina darebbe il Viola Park. E non solo…».
Cosa?
«Perdiamo anche un’altra occasione: creando questa struttura, con più tecnici, crescerebbero i ragazzi e crescerebbero anche i tecnici federali. Dove è cresciuto Chivu come tecnico? Se quel tecnico ti segue da 10 a 21 anni diventa più di un allenatore, ma un riferimento umano. Cambia tutto. Per tornare anche ad avere un ct federale. La nostra storia di successi è questa, Maldini, Vicini, Bearzot».
Possibile oggi?
«Si può. Si deve. Parliamo tutti di grandi ct. Ne abbiamo avuti ma non sono riusciti a fare risultati perché il ct non può fare niente se non ha giocatori. Il rischio è che anche in futuro sarà così».
Pessimista?
«Realista. Anche il prossimo avrà problemi».
C’è il dualismo Mancini-Conte. I giochi non sono fatti e potrebbero esserci sorprese. Lei chi avrebbe scelto?
«Baldini. Ha visto come era la sua Italia? Umanità, valori. Sarebbe un riferimento non solo calcistico. Uno che lavora con i giovani, per bene, che sa di calcio. Ma devono farlo lavorare. Visto Gattuso?».
Visto, visto…
«Povero Rino, ha avuto poco tempo, non poteva allenare i giocatori e ha deciso di incontrarli, creare gruppo, ha fatto una cosa splendida, ma non gli hanno dato due giorni di allenamento. Due giorni, cavolo! Ci sono nazioni che hanno fermato il campionato e Rino non ha avuto due giorni. Che poteva fare? Se Federazione e Lega non si mettono d’accordo…».
Si era parlato di lei pure per un altro progetto, quello di Gravina con Zambrotta, Perrotta, Viscidi.
«Sì, ma riguarda le scuole. Io ho detto che la partenza era la squadra Under, altrimenti con le scuole, alla fine, saremmo rimasti al punto di partenza. E quindi mi sono fatto da parte».
Peccato. Ma cosa succede nelle scuole?
«Dobbiamo separare le carriere degli allenatori. Lo dice anche Allegri. Oggi fanno tanti corsi ma non servono. Devono approfondirne pochi e, dopo quello basico, scegliere se vogliono allenare i grandi e puntare ai risultati o dedicarsi all’insegnamento dei giovani. Per farli crescere, non per vincere a dieci anni pensando solo alla tattica».
A proposito: al Mondiale più corsa che tattica.
«Bellissimo. Le regole di Collina hanno velocizzato, le squadre cercano solo la verticalizzazione. Sa che noi avremmo sofferto?».
A questi ritmi…
«Ma certo! Siamo abituati a pensare a un gioco organizzato, gli allenatori sono contenti se vedono un’azione come l’avevano studiata. Ma per farlo devi pensare e perdi tempo. Rallenti. E poi se il 2 passa sempre al 4 che la dà al 6 i rivali ti prendono le misure. Noi siamo così. Sa chi non lo fa?».
Chi?
«Il Como. Non mi fraintenda, grande strategia ma libertà e imprevedibilità perché i giocatori hanno tante soluzioni. La libertà nell’organizzazione. La velocità. A noi manca la velocità. Perdi in organizzazione, ma diventi imprevedibile. Lasciamoli liberi di inventare. Noi non vinciamo più per questo».
L’Italia era la squadra che risolveva ragionando più veloce di tutti.
«Esatto, ma perché c’era personalità nei giocatori. Ora sono tutti disciplinati e organizzati ma non sanno cosa fare se si pone un problema: non sono veloci di pensiero oltre che di gambe».
Con le nuove regole sarà un problema in Europa?
«Magari un’occasione. Cercheremo verticalità e velocità e ci adatteremo. A posto di non cominciare a dire alla prima giornata che è decisivo vincere al debutto. A nove mesi dalla fine del campionato»

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