Rass.stampa - Fanpage - Musso: "Serie C sostenibile: rispetto budget e identità chiara"

da Fanpage

Direttore, partiamo dall’inizio: come si costruisce una squadra con il monte ingaggi più basso della Serie C e arrivare a giocarsi tutto con tre giornate d’anticipo?
“Intanto ci vuole anche una componente di fortuna, sempre. Non lo dico per fare il modesto: se perdi un giocatore chiave per infortunio, cambia tutto. Però non è solo quello. La vera forza è stata la sinergia con l’allenatore: ci capiamo senza bisogno di parlarci. Io so cosa gli serve per il suo calcio”.

Quindi il punto di partenza è l’idea tecnica?
“Assolutamente sì. Noi siamo stati molto meticolosi nella scelta dei giocatori. Con un budget basso non puoi sbagliare, né dal punto di vista tecnico né umano. Devi prendere persone che si calino nella tua realtà, nel tuo modo di lavorare”.

Quando si parla di budget basso, quanto incide sulla costruzione della rosa?
“Tantissimo. Con più soldi chiudi prima le trattative. Così invece devi vedere tantissimi giocatori, fare molte più valutazioni. È un lavoro più lungo e complesso, ma anche più stimolante”.

La vostra squadra ha avuto un’identità molto riconoscibile, anche rispetto ad altre che finiranno il campionato più avanti. Quanto è stato importante per arrivare all’obiettivo?
“Fondamentale. Volevamo una squadra intensa, aggressiva, che andasse forte sulle seconde palle e che sapesse sempre cosa fare in campo. L’identità è stata trasmessa dalla società, dall’allenatore e poi dai giocatori”.

Quanto conta il lavoro collettivo della società in un progetto del genere?
“Tantissimo. Non è solo la prima squadra: è stato un lavoro di tutte le componenti, dal settore giovanile alla gestione dello stadio. Quando tutti remano nella stessa direzione, i risultati arrivano”.

Il vostro percorso è cresciuto durante la stagione. Ve lo aspettavate?
“Sì. All’inizio abbiamo perso qualche punto per inesperienza. Nel ritorno, invece, abbiamo visto una crescita: quelle situazioni che prima ci penalizzavano, le abbiamo gestite meglio. È il segno che la squadra è maturata”.

Con pochi mezzi, quanto conta scegliere i ‘profili giusti’?
“È tutto. Non puoi permetterti errori. Devi prendere giocatori funzionali al sistema e persone affidabili. L’aspetto umano, in queste realtà, è determinante”.

Avete pescato molto anche dalla Serie D. È una scelta strategica?
“Sì. In Serie D ci sono giocatori forti, pronti. Basta saperli individuare. Non ha senso prendere sempre gli stessi nomi: con idee e lavoro puoi trovare soluzioni alternative e vincenti”.

In queste settimane si parla molto di giovani, come ogni volta che l’Italia non si qualifica ai Mondiali: ma perché secondo lei facciamo così fatica ad inserirli?
“Io non credo sia un problema assoluto. Noi siamo usciti con Bosnia e Macedonia, non con Spagna o Inghilterra. Prima di parlare di strutture bisogna essere onesti”.

Quindi non è solo un problema di vivai?
“No. È facile dire ‘non abbiamo giovani’, ma spesso è una narrazione comoda”.

Però c’è un tema tecnico…
“Sì, ma anche di modelli. Faccio un esempio: in Italia si gioca molto 3-5-2 e in molti casi, giocando in questo modo, perdi giocatori che saltano l’uomo. Nei settori giovanili si copia la prima squadra e si smette di formare esterni veri. Ripeto questo è solo un esempio, perché poi tanto la fanno le interpretazioni”.

Un tema interessante è quello del ‘minutaggio’ in Serie C: aiuta davvero o è solo una foglia di fico?
“Io sono d’accordo che i giovani devono giocare se sono bravi. Il minutaggio a volte crea distorsioni”.

In che senso?
“Che alcuni giocano solo perché devono giocare. E altri si sentono già arrivati. Non va bene”.

Quindi si torna alla cara e vecchia regola ‘sei bravo e giochi’ a qualsiasi età?
“Esatto. Semplice ma difficile da applicare”.

Però senza queste regole il rischio è che non giochi più nessuno, basta vedere anche cosa accade in Serie C le ultime tre quando non vale più il minutaggio: c’è chi mantiene una certa filosofia e chi no…
“Vero. Infatti è un equilibrio complicato. Ma serve una cultura diversa”.

Si parla spesso di regole e di società ma molti giovani, non tutti, devono fare la loro parte. O sbaglio?
“Sì. A volte ho avuto conversazioni con ragazzi che usavano parole come se fossero già arrivati. Serve umiltà e voglia di crescere, anche nelle difficoltà”.

Tornando al tema principale: l’Ospitaletto ha dimostrato che si può competere in Serie C anche senza grandi spese?
“Certo. La Serie C può essere sostenibile, ma devi accettare di lavorare tanto e bene. Se non hai pressione e costruisci con criterio, puoi fare ottimi risultati anche con budget ridotti”.

Qual è il modello a cui vi ispirate?
“Realtà che lavorano con sostenibilità: giovani, scouting e tante idee. Squadre che stanno in piedi negli anni senza fare il passo più lungo della gamba”.

È una filosofia che porterete avanti anche in futuro?
“Sì: rispetto del budget e identità chiara. Chi viene da noi deve sapere cosa trova, dentro e fuori dal campo”.

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