Giuseppe Boletti: "Un'azienda deve essere squadra, come nel calcio. Bisogna fare la differenza nelle relazioni"

“Ero dipendente in un’azienda dello stesso settore, facevo il commerciale. Pensai di mettere a frutto l’esperienza acquisita per creare la mia strada, mettendomi in proprio. Era il 1991”.

Iniziò così la partita di Imbal Line, azienda bresciana con sede a Ponte San Marco leader nella fornitura di soluzioni e prodotti per l’imballo, il confezionamento, l’etichettatura, la protezione e la movimentazione della merce. A dare il fischio d’inizio fu Giuseppe Boletti, che racconta così gli inizi del suo progetto imprenditoriale. “Ti accorgi presto che essere dipendente è un’altra cosa. Gli aspetti finanziari sono complessi da gestire, devi imparare in fretta e fare i conti con grandi responsabilità. Sono partito facendo piccoli passi per poi crescere, investire e sviluppare l’impresa. È stata una semina lunga 34 anni, che continua”.

Oggi il mondo è cambiato. “Rispetto a quando sono partito ci troviamo in tempi molto diversi, quindi mi risulta difficile dispensare consigli per i giovani imprenditori. Le nuove generazioni sono certamente più preparate sulla teoria, detengono saperi maggiori perché hanno studiato di più. Ai miei tempi l’80% di chi terminava la terza media andava a lavorare. Io ho iniziato a 14 anni, ma non ho smesso di studiare, facendo 5 anni di serali. Per questo ho potuto giocare poco a calcio. Paragonare le due epoche è complesso, si rischierebbe di parlare due lingue diverse, una delle quali, la nostra, sarebbe incomprensibile. Certamente chi vuole fare l’imprenditore deve tener conto di ciò che sa fare, innestandolo sulle necessità del mercato. La chiave è quella, e vale per tutti i tempi”.

Tra le colonne portanti dei valori di un’azienda di successo, secondo Boletti, c’è anche “la capacità di avere buone relazioni con i collaboratori. Ho avuto dipendenti che sono stati con noi 19 anni. L’idea è sempre quella di creare una squadra. Credo sia fondamentale. Non si può prescindere dal rapporto umano, che deve andare oltre diritti, doveri e aspetti economici, acquisendo qualità. Vale lo stesso per i clienti. Il nostro valore aggiunto credo sia proprio qui: essere vicini alle persone nelle necessità quotidiane, generare relazioni”.

I momenti difficili non sono mancati. “Il 2008 segnò un periodo di crisi, ma fu seguito da una grande ripresa, con performance importanti. Poi nel 2013 un intoppo parallelo: presi un’altra azienda, ma non andò come mi aspettavo e archiviai subito quell’esperienza. Non va dimenticato il 2020, con la pandemia e le sue incertezze. Gli ostacoli non possono mancare in un percorso trentennale. L’importante è superarli e proseguire il cammino”.

Un cammino che ha condotto Imbal Line verso nuovi orizzonti. Stiamo estendendo la nostra attività anche a Bergamo, Monza e Milano. Vogliamo replicare nei territori vicini ciò che di buono abbiamo fatto in provincia di Brescia. Stiamo ottenendo consensi e riscontri di rilievo anche in altri contesti ed è una grande soddisfazione”.

Gioie professionali che si mescolano a quelle sportive di ieri e di oggi. “Da giovane ho giocato poco e a livelli modesti, forse anche per questo mi è rimasta addosso questa passione grande. Fino a qualche mese fa giocavo a calcetto. Ora non posso più. Presidente di una società dilettantistica? No, non fa per me. Ho grande stima di chi si prodiga in questa attività, perché richiede tempo e sforzi notevoli. Ho visto come funziona, perché dal 2006 al 2011 sono stato vicepresidente della Bedizzolese. Vissero un momento di difficoltà e diedi una mano. Una bella esperienza, che si è chiusa, così come quella all’interno del Comune di Bedizzole. Tra i risultati più belli c’è la costruzione del campo di calcio a 6, fortemente voluto”.

Poi c’è il torneo di Polpenazze, appuntamento fisso per l’azienda. “Partecipiamo ininterrottamente dal 2003 insieme al mio amico d’infanzia Roberto Donatini. È una splendida manifestazione, che per noi è occasione di incontro. Ci permette di stare insieme, circondati dalle nostre famiglie. La squadra ci fa tornare bambini, è il potere dello sport. Vantiamo un secondo e un quarto posto. Tra i ricordi più belli c’è l’edizione in cui indossò la nostra maglia Dario Hubner, grande giocatore e bella persona, uno che sa stare in compagnia e farsi voler bene”.

È soprattutto il calcio nostrano ad appassionare Boletti. “I grandi palcoscenici mi interessano meno. Sono tifoso del Brescia, ho avuto il piacere di vedere al Rigamonti giocatori del calibro di Hagi e Baggio. Credo che una città come questa, nel tempo, dovrà regalare nuovamente quelle emozioni alla sua gente dopo anni deludenti. Con Cellino non c’era speranza, ora il vento sembra cambiato”.

Le chiavi di lettura sportive in azienda non mancano: Obiettivi e sogni? Continuità e prosperità. Ho due figli che lavorano al mio fianco, è un’esperienza particolare perché vivere solo la relazione famigliare non è come condividere anche business e dinamiche aziendali. Sembra piacergli. Se fossero loro, un domani, a dare continuità all’azienda sarebbe una gioia per me, ma devono essere liberi di scegliere. La loro serenità e felicità viene prima”.

Un pensiero che, ragionando da squadra, vale per tutti i dipendenti. “Da imprenditore chiederei al Governo di aiutarci a premiare maggiormente i lavoratori dal punto di vista economico. Oggi guadagnano troppo poco. Va abbassato il cuneo fiscale, che è molto alto e ostacola tutti”.

Un auspicio che non si arena nel pessimismo, in tipico stile bresciano. “Speriamo che le cose migliorino, ma nel frattempo ci rimbocchiamo le maniche, come sempre. I miei genitori mi hanno insegnato questo. Erano operai. Persone umili, oneste, che cercavano e trovavano il modo di risolvere i problemi e di andare avanti. Ho imparato questo da loro, a preferire la ricerca delle soluzioni alle lamentele e ai processi ai colpevoli. Per un imprenditore è un insegnamento fondamentale”.

Bruno Forza

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