Dentro il "Mantova dei bresciani". Dallo scivolone nei dilettanti al sogno Serie B in 9 mesi

di Bruno Forza

C’è un miracolo sportivo all’orizzonte. Sta prendendo forma a una manciata di chilometri dai confini nostrani. A 7 giornate dal termine del campionato di Serie C il “Mantova dei bresciani” domina il girone A a +9 sul Padova. Il sogno Serie B non è più utopia, ha le carte in regola per trasformarsi da pensiero stupendo in scenario concreto.

Vista da qui la cavalcata dei virgiliani desta ammirazione, ma anche un pizzico di inevitabile amarezza visto il dna bresciano di parecchi protagonisti di questa straordinaria storia di sport, molti dei quali ex rondinelle. Sulla poltrona di direttore sportivo siede Christian Botturi, già responsabile del settore giovanile e ds del Brescia di Cellino. Una delle numerose vittime della vorticosa e perenne instabilità dell’organigramma della Leonessa. Nella primavera del 2022 fu accompagnato alla porta e la stagione seguente decise di ripartire dalla Pro Sesto, dove sfiorò la vittoria del campionato sorprendendo tutti. Botturi ci ha preso gusto, dimostrando una passione viscerale per le sfide ed una certa dose di coraggio, fondamentale per accettare la successiva chiamata del Mantova dell’estate scorsa. Obiettivo risollevare un club appena retrocesso in D, contestato dai tifosi e orfano di tutti i giocatori, svincolati dopo lo scivolone dai professionisti ai dilettanti.

Botturi, che in passato era già stato in biancorosso alla guida del vivaio, si mette in gioco e la dea bendata lo premia con il ripescaggio in C. Lui ripaga l’assist della fortuna gettando le basi di un autentico capolavoro. La prima pennellata è la scelta dell’allenatore, che ricade su Davide Possanzini. I due non si conoscono, ma dopo una serie di incontri scocca la scintilla di un’intesa umana e professionale che risulterà decisiva. Il resto lo fa in sede di mercato, portando a Mantova 24 giocatori nel giro di una ventina di giorni al fine di avere la rosa praticamente fatta in vista del ritiro estivo. “Ha scelto gli uomini prima dei calciatori” raccontano persone vicine al club. Il tutto con un occhio al bilancio: tutti gli innesti, infatti, arrivano a parametro zero. La futura capolista costa 1,9 milioni mentre le rivali spendono cifre 4-5 volte superiori. I tesserati, ora, sono tutti di proprietà. Un patrimonio importante per la società.

Al fianco di Possanzini ci sono altri ex Brescia: il vice allenatore Andrea Massolini; il preparatore dei portieri Michele Arcari; il collaboratore tecnico Nicola Pasin e il video-analista Nicolò Brenna. La sinergia tra la direzione sportiva e lo staff tecnico è stata totale in sede di calciomercato. In terra virgiliana sono approdati giocatori dotati di caratteristiche in linea con i principi di Possanzini. L’ex capitano è cresciuto come allenatore al fianco di un altro bresciano: Roberto De Zerbi. Inevitabile una matrice comune in termini di filosofia calcistica, ma sarebbe riduttivo tenere Possa all’ombra del coach del Brighton, poiché nel corso del tempo ha saputo elaborare la sua idea autonomamente, sviluppandola in base ad intuizioni, studi e sensibilità proprie, plasmandola anche su doti caratteriali e umane che in questi mesi stanno emergendo in modo evidente nello spogliatoio biancorosso.

Botturi, insomma, ci ha visto lungo, e dopo aver vinto la scommessa Matteo Andreoletti, lanciato appena 34enne in C alla Pro Sesto e poi passato al Benevento, ha avuto ragione con Possa, scartato senza troppe remore da Cellino dopo sole due partite sulla panchina del Brescia.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 23 vittorie in 31 gare; miglior attacco con 63 gol fatti (più di due a partita) e miglior difesa con 20 reti incassate. Statistiche sulle quali ci sono ulteriori firme bresciane, quelle di Francesco Galuppini, bomber di Urago Mella con 13 marcature all’attivo e di Marco Festa, portiere monteclarense. A tutto ciò c’è da aggiungere un gioco spumeggiante (clicca qui per leggere la nostra CBS Analysis), che ha fatto registrare nel 5-0 al Padova la sua opera magna.

La piazza, nel frattempo, è al settimo cielo. Gli abbonati sono 4.200 (la media delle ultime due stagioni era 600) e si respira un entusiasmo che riporta alla mente i fasti del “Piccolo Brasile”, appellativo conferito ai virgiliani che a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta balzarono dalla D alla A incantando il pubblico. Era il Mantova di Italo Allodi, che inventò il ruolo di direttore sportivo nel calcio italiano proprio in quegli anni, prima di fare le fortune della Grande Inter. In panchina sedeva Edmondo Fabbri, che dopo quell’esperienza epica conquistò il ruolo di commissario tecnico della Nazionale. In quella squadra c’era un’impronta sarda che persiste ancora oggi grazie a Burrai, Muroni e Bombagi, ma quella di oggi è una rosa dal forte dna lombardo, con i bergamaschi Maggioni, Redolfi e Cavalli, i mantovani Brignani e Napoli e, come dicevamo, due top player bresciani: Galuppini e Festa.

Nel frattempo anche il settore giovanile ha subito un profondo restyling, con l’ex Atalanta Marco Fioretto al comando. Il vivaio è ripartito da metodologia e legami con il territorio (già 30 le affiliazioni). Emergono talenti che riescono ad essere protagonisti in prima squadra e il cui minutaggio garantisce ulteriori risorse ad un club, che fa della sostenibilità economica uno dei suoi cavalli di battaglia, legato a doppio filo al concetto di identità, riscontrabile anche da iniziative come la personalizzazione del pullman della squadra, donato dal presidente Filippo Piccoli. Sulle fiancate campeggia lo skyline della città. Dettagli non trascurabili. Un messaggio eloquente di senso di appartenenza e orgoglio mantovano. Valori che stanno garantendo frutti straordinari.

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