DS Night - Lucescu, Shakhtar, direzione sportiva, guerra: Carlo Nicolini si racconta

La serata di gala della DS Night, ospitata dalla Trattoria La Campagnola di Gussago, ha dato la possibilità a tutti i direttori sportivi presenti non solo di incontrarsi tra loro, conoscersi, intavolare discorsi; ma anche di ascoltare le parole di un loro collega e concittadino dall’esperienza e dal curriculum di livello assoluto. Come ospite speciale della prima edizione dell’evento griffato CalcioBresciano.it e Football Club House c’era Carlo Nicolini.

 

 

Direttore sportivo dello Shakhtar Donetsk, Nicolini porta con sé un bagaglio di storie e qualifiche tali da renderlo uno dei riferimenti di questo lavoro su scala continentale. Anche extra continentale, visto il feeling costruito nei rapporti e nelle trattative con il Sudamerica, Brasile in primis. Tutto è cominciato tanti anni fa, in provincia. “Parto preparatore atletico, per poi diventare viceallenatore, allenatore, quindi direttore sportivo. La prima società fu dilettantistica, l’Urago Mella. Da lì ho iniziato una carriera che mi ha poi portato a girare l’Europa, da Istanbul a San Pietroburgo, fino a Donetsk”.

La realtà ucraina è sconvolta dalla guerra ben prima dell’invasione russa del 2022. Siamo stati esiliati prima a Kiev e poi a Leopoli dal 2014, quando ci fu l’annessione del Donbass da parte della Russia. Ciò ha significato fare ogni volta 800 chilometri in pullman. Per giocare la Champions abbiamo chiesto appoggio alla Germania, siamo stati ad Amburgo e ora siamo a Gelsenkirchen, città dello Schalke 04: due squadre storiche tedesche al momento in Serie B, che per la loro importanza e le loro strutture possono attirare pubblico”.

“Fare calcio in queste condizioni è difficilissimo, d’altra parte il calcio serve anche per dare speranza e riportare ad un senso di normalità. Il Donbass è una regione complessa, là sono tutti filo-russi; a Donetsk e Lugansk convivono generazioni che fino al 1991 sono state russe, con quelle dei loro figli, che sono ucraine. Nel 2014 chi poteva è scappato via; altri sono rimasti perché là hanno tutta la loro vita. Peraltro gli uomini dai 18 ai 60 anni non possono lasciare il Paese. Uno dei nostri giocatori ha dovuto arruolarsi. I pensieri vanno costantemente a chi negli anni è diventato nostro amico… e a chi ci ha lasciato”.

Quando si parla di calcio e di Shakhtar vengono in mente due immagini: Mircea Lucescu in panchina, un giovane brasiliano in campo. “Lo scouting in Brasile fu un’intuizione del presidente e di Mircea. Nessuna squadra in occidente investe su giovani brasiliani, salvo rari casi, come fu quello di Coutinho all’Inter, che poi però fu lasciato partire in fretta. Da qualche anno lo sta facendo il Real Madrid. La nostra strategia era riconoscere il talento, per poi ‘europeizzarlo’, tatticamente e fisicamente. Prendemmo Luiz Adriano a 1 milione dopo aver avuto in mano Pato, che però scelse il Milan: avevano appena vinto in coppia la Copa Libertadores. Tre le fasce d’età che cerchiamo: 17-18 anni, 22-23, 26-27. Quando vendiamo giocatori affermati, abbiamo già dietro quelli che li possono sostituire. E possiamo continuare a vincere. Dal 2004 abbiamo comprato 51 brasiliani: ne avremo sbagliati forse un paio”.

La catena di lavoro era strutturata e poggiava su alcuni passaggi chiave. “Gli scout mandavano i profili a me e a Mircea, io e lui ne discutevamo e poi sceglievamo, con il presidente che ci garantiva carta bianca. Prendemmo Jadson e Fernandinho dall’Atletico Paranaense: il secondo ci costò 5 milioni e fu rivenduto a 45 più bonus al Manchester City. Fondamentale è sempre stata la fiducia della società. Un esempio: per sostituire Fernandinho io scelsi Fred, che però gli osservatori avevano bocciato. Il pres si fidò di me: preso a 12, rivenduto a 75 al Manchester United”.

Il rapporto simbiotico tra Nicolini e Lucescu ha fatto la fortuna di molte squadre, ma anche di molti allenatori. “Cominciai a lavorare con Mircea, tramite contatti comuni bresciani, quand’era in Turchia: due anni al Galatasaray e altrettanti al Besiktas. Allo Shakhtar, come detto, non faceva solo l’allenatore. Anzi, una volta lasciata libera la panchina ha potuto far crescere anche i tecnici. Dopo di lui vinse Paulo Fonseca, con una squadra costruita da noi, anche se quella rosa non generò plusvalenze. Dopo di lui, il CEO dell’epoca individuò Roberto De Zerbi come possibile sostituto”.

“Io lo conoscevo bene perché fui il suo primo allenatore, ai tempi dell’USO Mompiano. Lo contattai e chiudemmo la trattativa. Fu lo stesso Roby a dire che uno dei motivi per i quali accettò fu che c’ero io. Poi sappiamo come è andata a finire: scoppia la guerra nel 2022, la squadra si scioglie. Non abbiamo la controprova, ma sono sicuro che avremmo potuto fare grandi cose insieme in Europa. Per la prima volta avevamo dei veri crack ucraini in squadra; prima non era mai successo e la cosa ci aveva condizionato, perché per regolamento ne dobbiamo sempre schierare almeno 4. Si sarebbe creato un grande mix che ci avrebbe fatto competere davvero alla pari con le grandi del continente”.

In chiusura, è tempo di dispensare qualche segreto e qualche consiglio a tutti i presenti. La parola d’ordine è coraggio. Crediamo fortemente nelle nostre capacità di vedere il talento e saperlo coltivare. A chi arriva da fuori diamo garanzie, spieghiamo che l’ambiente è sicuro; poi, quando si tratta di brasiliani che spesso sono cresciuti in favelas, non ci sono troppe difficoltà a convincere. La storia dice che siamo una porta sull’Europa”.

“Ai giovani diesse consiglio di lavorare dal basso e salire con pazienza, anche se la strada è lunga e difficile: è anche quella che ti forma maggiormente. Dovete essere sicuri del vostro valore, ma non arroganti, anche perché questo è un ruolo che non detiene il 100% del potere decisionale. Serve capacità di mandar giù bocconi amari. Non affidatevi ai colpi di fortuna, che comunque succedono. Il mio fu la chiamata di Lucescu, che mi ha portato a vincere 35 titoli. Infine, date opinioni disinteressate: non siete procuratori, la lealtà paga”.

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