Rinascita Carpenedolo. Pedrini: "Educazione, organizzazione, passione: il nostro tris d'assi"

“Avevamo 130 iscritti dai primi calci agli allievi, oggi sono 210. Se consideriamo anche juniores, prima squadra e staff tecnici il nostro stemma è sul petto di 320 persone”. A Stefano Pedrini, presidente del Carpenedolo, brillano gli occhi. Il suo progetto, decollato nel luglio del 2020, inizia a prendere forma e a macinare risultati.

“Sono numeri importanti, che certificano l’entusiasmo con cui il territorio ha risposto alla nostra chiamata. Oggi indossano i nostri colori soprattutto bambini e ragazzi del paese e delle zone limitrofe. Era l’obiettivo primario. Tra le soddisfazioni più grandi c’è stato anche il processo di crescita e maturazione dei nostri allenatori. Siamo in linea con le direttive federali riguardo alla presenza di tecnici qualificati e nell’attività di base abbiamo tutti laureati in Scienze Motorie. Poi ci siamo inventati figure come Alberto Gavezzoli, giovane di Carpenedolo, insegnante di educazione fisica e attivo in oratorio come responsabile del settore giovanile: scelta azzeccata”.

Fermarsi qui è severamente vietato: “Puntiamo ad avere tutte annate pure. Attualmente ci mancano gli esordienti, che sono misti. Diciamo che per gli spazi che abbiamo a disposizione in termini di strutture siamo già al massimo, ma vogliamo estenderci attivando collaborazioni con i paesi vicini e avviando il servizio di trasporto con i pullmini per allargare il nostro bacino e alzare la qualità delle rose. Ovviamente senza far venir meno il principio secondo il quale deve esserci la possibilità di giocare per tutti”.

La parola chiave della mission sportiva e sociale rossonera è educazione: “Riteniamo debba essere la colonna portante, perché il calcio è una scuola di vita. Agli allenatori chiediamo attenzione e dedizione per gli aspetti psicologici prima ancora che sui temi tecnici e tattici. Esempi concreti? Il saluto. I ragazzi oggi tengono troppo spesso la testa bassa sui loro smartphone. Quando si varca il cancello del centro sportivo vogliamo vedere teste alte e volti aperti all’incontro. Il calcio insegna a vivere relazioni, a stare in un gruppo, a rispettare le regole. Tematiche che riteniamo centrali”.

Oltre al codice etico, dal quale non si può prescindere, il nuovo corso carpenedolese è connesso a un sistema organizzativo strutturato e fortemente voluto dal presidente. “Ogni componente dell’organigramma ha compiti specifici. Massimo Nava, ad esempio, è il direttore operativo, figura che ritengo essenziale. Cura l’organizzazione e gli aspetti logistici. Mansioni diverse rispetto al responsabile del settore giovanile, che nella nostra visione è più uomo di campo, guida dei mister. Per noi i metodi di allenamento devono essere lineari e condivisi. Crediamo molto in un sistema metodico e nel valore dei dati, per questo abbiamo investito in un gestionale, Weak Risk, che è diventato strumento prezioso in ogni ambito: tecnico, di segreteria, medico, gestionale. Lo utilizzano anche club di Serie A”.

Settore giovanile e prima squadra, secondo Pedrini, devono parlare la stessa lingua: “Il senso d’appartenenza è basilare. Abbiamo vestito tutti con lo stesso kit, dai bambini del 2016 all’Eccellenza. C’è una tradizione che si percepisce in questo club e che va portata avanti. Ho ammirato molto il lavoro fatto da Christian Botturi al Brescia. È riuscito ad affermare un’identità che si era smarrita, legandola nuovamente al territorio. Affiliazione in arrivo? Per ora no, non siamo ancora pronti. Io apro il ristorante solo quando lo chef cucina nel migliore dei modi. Intanto abbiamo imbastito una partnership molto interessante con la Rigamonti, che ci ha fornito i ragazzi per la Juniores. Noi non avevamo i ragazzi, loro non avevano la categoria, abbiamo fatto entrambi di necessità virtù”.

I futuri successi passano proprio dai destini del vivaio: Per pensare a un Carpenedolo più competitivo occorre un vivaio che cambi marcia. Gestire la prima squadra prendendo le quote da altre società e spendendo soldi non è la soluzione che vogliamo adottare. In futuro farà la differenza chi avrà giovani fatti in casa e già pronti. Certamente il mio desiderio è puntare alla D nel giro di tre anni”.

Spostando lo sguardo sulla prima squadra c’è soddisfazione, ma anche un pizzico di amaro in bocca: “Siamo in credito con la fortuna. Ritengo ci manchino 6-7 punti e la classifica sarebbe molto diversa. Molti episodi non sono girati a nostro favore, ma non sono preoccupato perché il campionato (Lumezzane escluso) è molto equilibrato, la rosa è valida e possiamo salvarci tranquillamente”.

Visto il momento storico il pensiero non può non andare anche a una pandemia che, negli ultimi due anni, ha condizionato pesantemente il calcio: “Credo che le società bresciane abbiano fatto grandi sforzi e mi complimento con tutti i dirigenti per come hanno risposto ad una prova ardua. Spero che questo sia il giro di boa, la fase di un rilancio definitivo che ci vede rafforzati dall’esperienza di questi mesi. Abbiamo avuto il tempo per riflettere e imparare tante cose nuove. È ora di aprire gli occhi, non potremo più essere quelli di prima. Bisogna avere voglia di innovare e crescere nell’interesse dei propri club ma anche di tutto il movimento”.

Tutti i presidenti, ovviamente, hanno pensieri rivolti al futuro. “I sogni qui non mancano – ammette Pedrini -, ma per realizzarli bisogna crederci e lavorare molto bene. Da quando sono qui ho puntato sulla serietà del progetto in ogni dettaglio e nella vita quotidiana del Carpenedolo. È un approccio che paga sempre, perché genera piacevolezza nei rapporti. Questo è un paese importante, che merita rispetto. Non ero conosciuto, volevo cambiare tanto e serviva credibilità per farlo. Credo di essermela conquistata. Il Covid ha reso tutto più difficile, ma siamo stati bravi. Tornare nei professionisti? In Lega Pro ci sono paesi più piccoli di Carpenedolo e niente è impossibile. Se accadesse credo che starei in giro una settimana a festeggiare, ma devo ammettere che nel calcio di oggi mi divertono di più i dilettanti. Lassù percepisco molto business e poca passione, quella che fin dal primo giorno in rossonero ho sperato di riportare al Mundial ’82. Contro il Lumezzane c’erano 500 spettatori, mi auguro che possa diventare una bella abitudine per il bene del paese”.

La meta, insomma, è fissata, ma per raggiungerla occorre fare un passo alla volta: “Gli allenatori oggi hanno in essere diverse collaborazioni, forse troppe. Credo che i nostri nei prossimi mesi dovranno fare scelte nette. Nell’agonistica porteremo gli allenamenti da due a tre. Non chiederò mai risultati: se il progetto funziona arrivano di conseguenza. Per mister Novazzi non ho grandi richieste in ottica 2022. Incontrarlo sul mio percorso è stata una fortuna. Auspico lunghi anni insieme, perché lo ritengo uno dei più bravi in Lombardia. Sono orgoglioso di avere lui e il direttore sportivo Alessandro Righetti al mio fianco. Siamo un vero gruppo”.

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