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Soffia il vento del cambiamento sulla sezione locale dell’Associazione Italiana Arbitri, pronta a vivere il suo rinascimento dopo le elezioni del dicembre del 2020, che avevano dato il via ad una nuova era, quella targata Alessandro Lo Cicero, stoppata dalla pandemia ma ormai pronta a decollare.

 

Storia avvincente la sua. Da mezzofondista ad assistente in Serie A, in una corsa mozzafiato. “Facevo atletica leggera – racconta -, mi sono avvicinato quasi casualmente all’arbitraggio e la passione è cresciuta anno dopo anno. Fino alla Serie D è stato un hobby parallelo all’atletica, poi ho imboccato questa strada che mi ha portato a realizzare un sogno costruito nel tempo”.

 

Un percorso umano e sportivo, che Lo Cicero consiglierebbe ai giovani. Credo che fare l’arbitro ti faccia maturare in fretta. Ragazzi di 16-17 anni sviluppano un senso di responsabilità precoce, perché trovarsi a gestire ogni domenica situazioni che riguardano tantissime persone non è poco. Va considerato come uno sport, a tutti gli effetti. Gli arbitri sono la terza squadra in campo: sono un gruppo che fa preparazione atletica, tecnica e tattica. Anche noi abbiamo dei risultati da conquistare. In Italia non può ancora essere considerato lavoro a tutti gli effetti, nemmeno ad alti livelli, ma ci sono progetti di riforma che lasciano intravedere spiragli di professionismo. In altri paesi d’Europa è già così. La prima fu l’Inghilterra nel 2001”.

 

Lo Cicero vanta 108 presenze in Serie A. “La mia esperienza arbitrale è intrisa di emozioni e bei ricordi. Ogni nuovo step regala magnifiche sensazioni. Credo che il massimo sia stato il derby di Milano, una partita unica davanti a 75-80mila persone: da pelle d’oca, ma non posso dimenticare anche le prime esperienze in C in stadi importanti, i salti di categoria o il traguardo delle 100 presenze in A”.

 

A far brillare gli occhi al quarantenne presidente provinciale, tuttavia, è soprattutto il progetto condiviso con gli altri fischietti bresciani di caratura nazionale, mirato a restituire lustro alla classe arbitrale nostrana. “Avevamo un piano nel cassetto da diversi anni. Da esterni ci eravamo resi conto che livello tecnico e partecipativo della sezione bresciana non era all’altezza. Quando noi eravamo in Promozione o Eccellenza c’era gruppo di arbitri nutrito e forte. Eravamo una ventina. Oggi purtroppo in quelle categorie abbiamo 3-4 arbitri, numeri che per una sezione di 315 unità non vanno affatto bene. Il nostro primo tentativo fu quello di provare a collaborare e a dare consigli da fuori, ma abbiamo riscontrato una chiusura e abbiamo deciso di metterci in gioco attraverso le elezioni. Era l’unico modo per rivoluzionare l’operatività dell’associazione. Io sono il presidente, ma solo perchè serviva un riferimento. Siamo una squadra, lavoriamo sulle idee e sul confronto costante”.

 

Vista la caratura degli arbitri a capo del nuovo governo dell’Aia locale la domanda sorge spontanea: “Chi ce l’ha fatto fare? Il desiderio di realizzare un’impresa nella quale crediamo. Richiederà tempo, sacrifici e grande impegno, ma abbiamo obiettivi ambiziosi nei quali crediamo molto e vogliamo perseguirli per un interesse collettivo. La situazione in cui ci siamo trovati e gli ostacoli del Covid hanno fatto sì che la strada fosse subito in salita, ma la ripresa dell’attività sportiva sarà la nostra benzina per seminare bene e raccogliere frutti importanti”.

 

Lo scoglio più massiccio da aggirare è quello relativo alla carenza di arbitri. “Da molti anni sono venute meno motivazioni e coinvolgimento. Stiamo lavorando su questo, innanzitutto aprendoci al territorio. Credo sia importante creare rapporti con tutti, dialogare e collaborare con le istituzioni, la federazione, le società sportive, i media”.

 

Il progetto del doppio tesseramento, che consentirà ai giovani di dedicarsi parallelamente all’attività di calciatore e arbitro, potrebbe essere la via maestra. “È la chiave di volta e può garantire benefici su più fronti. L’Aia non sarebbe un’alternativa per i ragazzi, ma un’occasione in più. Avere la possibilità di educare al regolamento e al rispetto dei ruoli le squadre del territorio porterebbe anche a un salto di qualità etico e culturale, non solo in termini di opportunità di reclutamento. Oltretutto si tratterebbe di aspiranti arbitri con esperienze calcistiche preziose alle spalle”.

 

L’approccio verso le nuove leve, dunque, cambierà: “Un tempo si andava nelle scuole, si puntava sul volantinaggio e sulla pubblicità. Credo che il canale più performante, però, sia proprio la sinergia con le società sportive. I ragazzi arbitrerebbero continuando a giocare, imparerebbero a mettersi nei panni del direttore di gara, ci sarebbero più incroci tra coetanei, che favorirebbero il rispetto. Ne abbiamo parlato con il delegato provinciale Stefano Facchi, con il quale abbiamo già imbastito un’alleanza forte e sincera. Anche da parte delle società ho riscontrato apertura ed entusiasmo. Noi siamo a disposizione per approfondimenti e collaborazioni. Dobbiamo cooperare nell’interesse del movimento”.

 

Gli obiettivi sono chiari: “A breve termine occorre formare nuovi arbitri attraverso i corsi e fare sinergia con le società. Bisogna continuare a garantire il servizio nei fine settimana e crescere tecnicamente per innalzare la qualità. Noi metteremo la nostra esperienza al servizio dei componenti della sezione. A medio termine, invece, dovremo rimpolpare le presenze di arbitri bresciani nei campionati regionali, puntando ad avere sempre più rappresentanti a livello nazionale. Il sogno è avere presto un arbitro bresciano in A. Manca da cinquant’anni, l’ultimo fu Gaetano Mascali. Una speranza c’è già, perché Stefano Nicolini, attualmente in C, promette davvero bene”.

 

Un altro fronte che vede l’Aia in prima linea è quello delle “quote rosa”. “A Brescia abbiamo solamente 5 donne. Nella mentalità comune si fa ancora fatica a concepire l’arbitro donna, ma bisogna assolutamente cambiare logica. Nel mondo arbitrale ci sono professioniste di spessore, determinate, preparate, che possono arrivare in Serie A o ai vertici internazionali. Stéphanie Frappart è tra i migliori al mondo. Forse nel nostro Paese è tutto più difficile da questo punto di vista. Anche il calcio femminile, sebbene in crescita costante, si è sviluppato a rilento rispetto ad altre nazioni, dove c’è stato grande giovamento anche per l’ingresso di sempre più donne nel settore arbitrale. L’Aia nazionale sta spingendo da questo punto di vista. Io dico alle ragazze bresciane che da noi le porte sono spalancate. Anche in questo senso il doppio tesseramento può essere di grande aiuto”.

 

Gettando lo sguardo sul rettangolo verde e dando voce alle lamentele di giocatori, allenatori e dirigenti, emerge da anni una difficoltà nella comunicazione con i direttori di gara, spesso accusati di non sapersi relazionare con le squadre. “Quello della mancanza di comunicazione è un tema centrale sul quale dovremo fare un salto di qualità. Abbiamo notato parecchio astio nei confronti della nostra categoria. Probabilmente tocca a noi fare un passo verso le squadre e lavorare in questa direzione attraverso un cambio di mentalità e stile. Ci vogliono più informalità e spensieratezza. Crediamo, ad esempio, che sebbene il rispetto dei ruoli non possa mancare dare del lei ai giocatori sia anacronistico e che quel clima più rilassato e collaborativo che spesso vediamo in ambito professionistico debba essere portato anche nei dilettanti e nelle giovanili. L’importante è che si impari tutti a vivere il calcio come un divertimento, unito alla consapevolezza che l’arbitro può sbagliare e che spesso è un giovane in formazione, come uomo e come direttore di gara. Ci sono arbitri bravi e meno bravi, pronti e meno pronti. Ovviamente cerchiamo di dare il massimo, ma se si verifica un errore bisogna andare oltre”.

 

Nell’agenda di Lo Cicero c’è spazio anche per il capitolo media. “L’Aia nazionale si sta aprendo sempre più al rapporto con le testate giornalistiche, posizione che condivido. Non si arriverà mai a dichiarazioni degli arbitri a caldo nel nel post partita, ma i casi più spinosi possono essere fonte di confronto e approfondimento nei giorni successivi, ovviamente sempre in un’ottica costruttiva, non per fare processi. Chiudersi in se stessi è stupido”. Aria nuova.

 

 

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