Cantina San Bernardo, 800 anni di storia da degustare. Poncarale crocevia di santi, visionari e campioni del mondo

di Bruno Forza

“Il primo capitolo di questa storia risale al XII secolo. L’oratorio, ovvero la chiesetta storica, è di quell’epoca. Inizialmente qui c’era un convento di frati. San Bernardo di Chiaravalle, non uno qualunque, vi fondò un piccolo monastero che fu attivo per due secoli, poi  l’area passò nelle mani di famiglie nobili della zona. I Mazzola fecero una ristrutturazione notevole, trasformando la tenuta in un vero e proprio palazzo di campagna. La storia più recente è quella dei nostri nonni e genitori, che decisero di fare sul serio dedicandosi alla coltivazione, alla produzione e alla vendita di vino. Noi abbiamo seguito le loro orme”.

È un libro corposo, avvincente, intriso di aneddoti e tralci di esistenze tutte da raccontare quello che sfogliano Enrico e Luigi Botti, cugini e proprietari della Cantina San Bernardo di Poncarale. “Oggi gestiamo 19 ettari. Cerchiamo di farlo nella maniera più naturale possibile, con grande rispetto per l’ambiente, rinunciando ai diserbanti e poggiandoci ancora molto sul lavoro manuale. Produciamo 200mila litri e 80mila bottiglie all’anno. Abbiamo 12 etichette e per decenni questo è stato un po’ un laboratorio, mirato a soddisfare i gusti di tutti i clienti. C’è chi si accontenta del vino sfuso, che vendiamo moltissimo, e chi vuole rossi di livello, bollicine o riserva”.

Cantina San Bernardo è una realtà che ha mantenuto semplicità e un legame stretto, ancestrale con il territorio. Un’azienda nostrana in tutte le sfumature del termine nonostante i prestigiosi riconoscimenti ottenuti dalle sue etichette in questi anni. “Ci siamo lasciati alle spalle parecchi vini di livello, anche numerosi competitor bresciani. Lo spumante brut metodo classico ‘Alma Maria’ è entrato nella Top 100 dei migliori vini italiani nel 2024; il Montenetto di Brescia igt marzemino è stato inserito nella guida Vini Buoni d’Italia dello stesso anno”.

Il tesoro più sfavillante posseduto dai Botti affondò per la prima volta le sue radici nella terra bresciana nel lontano 1600. “Giovanni Mazzola, nostro antenato, era appassionato di viti e vino. Fu una figura decisiva nella storia di questa cantina. Nel 1600 portò qui un Pinot bianco dalla Francia. L’innesto e l’adattamento al territorio diedero origine ad un vitigno speciale, del quale andiamo fieri. Più che un bollicine italiano possiamo dire di avere qui una sorta di champagnotto antichissimo e unico, che custodiamo gelosamente. Con il metodo classico abbiamo sperimentato molto. Ci siamo spinti oltre i 24 mesi, arrivando ai 36 e fino ai 60 del riserva. Il risultato è davvero speciale”.

Le chicche non finiscono qui: “In quegli anni in zona c’era anche Agostino Gallo, celebre agronomo. Un pioniere. Portò qui delle viti di marzemino, che ci garantiscono risultati straordinari. È anche merito suo se siamo abbiamo ottenuto certi premi. Va detto anche che, oltre al vino, produciamo grappa di due tipologie: una normale ed una barricata. Ne facciamo 3.000 bottiglie in collaborazione con la Peroni”.

Enrico e Luigi raccontano così la decisione di dedicarsi all’azienda di famiglia: “Era inevitabile. Siamo cresciuti totalmente immersi in questo mondo, fin da piccoli, tra vigneti e cantina. È un contesto che fa parte del nostro dna, per noi è stato naturale intraprendere questa professione e raccogliere il testimone della generazione precedente. In questi anni abbiamo lavorato con grande dedizione, non ci siamo mai fermati. La vite ti chiede grandi sacrifici. Basta una gelata ad aprile e il tuo raccolto svanisce del 70-80%, ma il tuo impegno resta il medesimo. Serve una grande passione, e a noi non manca”.

Lo sguardo, inevitabilmente, si proietta verso la generazione futura. “Mio figlio – racconta Luigi – ha 28 anni e lavora già qui”. “Il mio – prosegue Enrico – sta studiando alla Pastori, è alle superiori. L’indirizzo scelto promette bene, vedremo. Consigli per loro? Andare d’accordo è fondamentale e non è facile, ma è doveroso. Piuttosto che litigare è meglio vendere e fare altro. L’armonia famigliare viene prima di tutto. Poi occorre guardare avanti, innovare, metterci le proprie idee. Arriva il momento in cui i vecchi lasciano spazio ai giovani. Deve essere così. Il segreto del successo? Puntare sulla qualità, che paga sempre, e avere uno spirito orientato alla crescita costante. Chi si ferma è perduto, ma occorre camminare facendo il passo lungo come la gamba, mai di più. La più grande soddisfazione sta nel vedere il nostro vino riconosciuto e apprezzato. Non perché ci interessi fare i vip: il protagonista è il vino, non siamo noi. Il sogno, oggi, è che la prossima generazione possa andare avanti senza troppi problemi”.

Un altro nome importante da inserire in questa storia è quello di Andrea Pirlo, cugino di Enrico da parte di madre. “Siamo cresciuti insieme. La nonna era una figura capace di radunare tutta la famiglia. Le domeniche erano bellissime. Lui aveva sempre il pallone sotto braccio, stavamo fuori a giocare per ore e ore. Facevamo sfide in continuazione: dovevamo calciare e fare entrare la palla nelle botti e nelle vasche. Si partiva vicino e ci si allontanava sempre più. Poi andavamo in oratorio a Flero a giocare tutto il pomeriggio. Lui, già da bambino, aveva qualcosa di speciale”. 

Il 9 luglio 2006 per la famiglia fu un giorno indelebile: “Vederlo alzare la Coppa del Mondo è stata una grande gioia. Quella sera ero a Berlino. Dopo la semifinale scrissi un messaggio a Ivan, fratello di Andrea, chiedendogli se c’era modo di andare a vedere la partita. Il giorno dopo mi rispose: ‘Partiamo sabato mattina alle 7’. Una trasferta memorabile in auto, una comitiva di parenti e amici bresciani. Allo stadio eravamo in mezzo a genitori, fratelli, sorelle e parenti vari di altri calciatori della Nazionale. C’era una tensione incredibile, soprattutto durante i calci di rigore. I fantasmi degli errori di Baresi, altro bresciano, e Baggio (ex Brescia), aleggiavano, ma Andrea calciò benissimo. La giocata più bella però fu l’assist a Grosso contro la Germania. Straordinaria”.

Colpi di classe da Pallone d’Oro: “L’avrebbe meritato. In quegli anni era il migliore al mondo nel suo ruolo e dopo un Mondiale così, vinto da protagonista, sarebbe stata la ciliegina sulla torta di una carriera incredibile”.

Per scoprire i vini della Cantina San Bernardo visita il sito ufficiale

   

 

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