“Spiegare cos’è per me il calcio non è difficile. Persi mio padre quando avevo otto anni. Troppo presto. Misi tutto, ma proprio tutto, dentro al pallone, che diventò la mia vita, il contesto dove reagire. Fu una scelta giusta, perché questo sport mi ha garantito supporto, conoscenze, amicizie, serenità, gioia. Mi ha dato tanto, pur vivendo in modo semplice, senza raggiungere palcoscenici prestigiosi. Il resto l’ha fatto la fede, trasmessa da mia nonna. Un dono grande, che ho condiviso anche con mia moglie e i miei quattro figli”.
Roberto Conti oggi ha 53 anni ed è il titolare del punto vendita bresciano di Sport It, negozio di articoli sportivi dedicato al calcio con sede in via Ducco, nei pressi dell’Ospedale Civile. Il calcio, per lui, è lavoro e una passione che non si spegne mai. “In negozio sono sempre immerso nel contesto che amo di più, poi calco ancora i campi nei panni di vice allenatore della formazione juniores del Gussago. L’età avanza, ma i sentimenti non cambiano: quando sono sul rettangolo verde mi sento nel luogo più bello del mondo. Il negozio? È un sogno che avevo da bambino. Ricordo la magia del profumo delle scarpe nuove, la felicità nell’acquistarle insieme alla mamma, provarle, portarle a casa. Un rito che cerco di portare avanti anche nell’epoca dei centri commerciali, garantendo qualcosa di diverso, ovvero un servizio più umano, di qualità”.
Una sorta di bottega del calcio. “L’obiettivo è quello, anche se Sport It è un marchio di spessore, che opera su ampia scala, non solo nel calcio. Cerco di metterci anche l’esperienza maturata in altri settori, perché nella mia vita ho fatto tante attività diverse, dalla ristorazione al commercio. Ho imparato molto. Da Sport It calciatori di ogni età trovano tutto ciò che serve: scarpe, indumenti di ogni tipo, attrezzatura, palloni, oltre all’abbigliamento dei grandi club e alla possibilità di personalizzare le maglie dei propri idoli. Non solo: garantiamo servizi anche alle squadre: dalle mute per i gruppi che fanno i tornei notturni ai kit per le società sportive, con la possibilità di riceverli perfino a domicilio grazie all’iniziativa kit at home“.
Conti conosce benissimo il mondo del pallone bresciano. “Il mio percorso da calciatore è iniziato a Mompiano, a 6 anni. Il mio primo allenatore fu Sergio Creminati, che mi propose alla Cremonese, dove approdai a 11 anni. Feci lì quattro stagioni molto formative. Erano i tempi del grande Gianluca Vialli. Grandi sacrifici, avanti e indietro mangiando spesso un panino in mezzo alla strada. Ricordo trasferimenti in mezzo a nebbie fitte. A 16 anni mi trovai in uno squadrone. C’erano grandi talenti come Marcolin, Bonomi, Favalli, uno più forte dell’altro, tutti nel giro della Nazionale. Non ero a quel livello e la società decise di rispedirmi a Mompiano. C’era la possibilità di andare a Lumezzane o Ospitaletto, ma ero stufo di macinare chilometri. Sfumata la Cremonese volevo solo divertirmi, giocare con gli amici. Il Mompiano mi portò subito in prima squadra ed iniziai così il viaggio nei dilettanti, dove ho indossato anche le maglie di Pavoniana, Gavardo, Urago Mella e Castelmella. A 33 anni, non vecchissimo e con tanta voglia di giocare, decisi di smettere: avevo già tre figli, non volevo staccarmi dalla famiglia ogni domenica”.
Poi il passaggio al calcio amatoriale e il passaggio in panchina, da allenatore. “Csi e Anspi, come giocatore prima e mister poi, fino all’approdo a Gussago. Il bello di allenare è stare a contatto con i ragazzi, farli crescere, dare loro l’esempio. Spesso sento parlar male dei giovani. Io ne ho trovati tanti davvero fantastici. Bravi ragazzi, con tanta voglia di fare in ogni campo. Come mister non ho grandi obiettivi, spero solo che si ricordino di me, un domani, più come educatore che come tecnico. Di maestri di calcio è pieno il mondo, di figure in grado di trasmettere affetto e valori, forse, un po’ meno. Dovremmo focalizzarci un po’ di più su questi aspetti, perché il calcio è solo un pezzetto della vita che dovranno affrontare”.
Un ruolo vissuto con una consapevolezza cristallina, figlia di un’esperienza di vita intensa. “Dico questo anche perché l’ho provato sulla mia pelle. Gli allenatori per me sono stati tanti secondi papà, dato che non avevo il mio. Mi hanno fatto crescere, li vedevo come veri e propri riferimenti. Non è poco. Dovremmo guardare il calcio anche da queste prospettive ogni tanto. Purtroppo i media e i social fanno passare il messaggio che conta solamente vincere, arrivare più in alto possibile, ottenere contratti strepitosi, belle auto e vite da re. Credo che questo sport sia molto di più. Quello è solo uno spaccato, una nicchia molto parziale”.
Calciatore, allenatore, ora anche imprenditore nella filiera del calcio. “Ormai i miei figli sono grandi e stanno facendo i loro percorsi di vita, quindi ho ritenuto che potesse essere il momento giusto per mettermi in gioco in una nuova avventura professionale. Obiettivi? Punto semplicemente a vivere con passione il mio lavoro potendo gestire tutti gli aspetti della mia vita in serenità. È servito coraggio, ho gettato il cuore oltre l’ostacolo e credo molto in questo progetto. Se nella vita fai ciò che ami e ci metti il massimo impegno i risultati arrivano. Non posso nascondere che diventare una realtà di riferimento per i calciatori bresciani è l’ambizione che coltivo giorno dopo giorno”.
Bruno Forza
