Rass.stampa - Fanpage - Corini: "Mettiamo basi per futuro, ora bisogna uscire dall'emergenza"

da Fanpage

A Fanpage.it mister Corini ripercorre le tappe di una vita vissuta sempre con il pallone tra i piedi e lo sguardo rivolto al campo.

Quello tra Corini e il Brescia è un legame che va oltre il calcio: cosa l’ha spinta ad accettare questa nuova sfida in Serie C e non attendere qualcosa in categoria superiore?
“Brescia per me è un richiamo fortissimo. Quando mi è stato presentato il progetto ho visto i presupposti per costruire qualcosa che potesse durare nel tempo. L’idea è quella di creare una squadra forte, che con il lavoro e la pazienza possa riportare la città nella categoria che merita. C’è stata sicuramente una componente emotiva molto importante, per quello che Brescia rappresenta nella mia vita. Ma c’è stata anche una valutazione professionale: sapevo di fare un passo indietro dal punto di vista della categoria, ma con la convinzione di poter costruire qualcosa di solido e importante insieme alle persone giuste”.

Cosa vuol dire per Eugenio Corini essere allenatore del Brescia in questo momento storico per il calcio della sua città e quali sono gli obiettivi a breve e a lungo termine…
“È una grande responsabilità. Penso però di avere l’esperienza e le caratteristiche per reggere questo peso. Gestire una società importante come il Brescia significa affrontare ogni giorno pressione e stress, ma anche avere la consapevolezza di poter lavorare con il tempo necessario per radicare un’idea forte. Senza tempo è difficile costruire qualcosa che resti”.

Il girone A è stato stravinto dal Vicenza e voi siete tra i più accreditati per la promozione ai playoff: quali sono state le difficoltà più grandi in questi mesi da quanto è tornato al Brescia?
“Sicuramente l’emergenza continua. Quando sono arrivato ero consapevole della situazione. Basta guardare la prima formazione che ho schierato contro le Dolomiti Bellunesi e la panchina di quella partita per capire le difficoltà. Alcuni giocatori che erano in campo allora poi non li ho più avuti a disposizione. Questo rende tutto più complicato, soprattutto quando vuoi radicare un’idea di gioco e creare una cultura tecnica all’interno del club”.

Corini è un figlio della Voluntas come tanti ragazzi bresciani della sua generazione: quanto è importante avere un radicamento sul territorio per poter avere una base forte su cui contare a lungo termine anche nel calcio globalizzato del 2026?
“Per me è qualcosa di bellissimo. Brescia e la sua provincia hanno sempre prodotto tanti giocatori di qualità. Purtroppo alcuni sono cresciuti e hanno fatto carriera lontano da qui. L’idea è radicare sempre di più il lavoro sul territorio e far crescere giocatori che possano arrivare in prima squadra. Però bisogna ricordare che questa società è nata da pochi mesi, quindi serve tempo per costruire una struttura forte”.

Il passaggio dal campo alla panchina com’è arrivato e quanto ha influito il suo essere stato un leader tecnico nella maggior parte delle squadre in cui ha giocato.
“Io ho sempre amato il calcio fin da bambino. Ho avuto la fortuna di trasformare quella passione in una professione. Intorno ai 28 anni, dopo il secondo infortunio al crociato e un periodo molto difficile dal punto di vista fisico, ho iniziato a pensare che un giorno avrei voluto fare l’allenatore. Era il modo più naturale per restare vicino al campo e alle emozioni che il calcio mi ha sempre dato”.

Se ricorda il suo esordio tra i professionisti?
“Lo ricordo perfettamente. Era il 3 gennaio 1988. Giocavamo in casa dell’Atalanta e il mister Bruno Giorgi, prima della partita, girò il foglio della lavagna nello spogliatoio. Quando vidi il mio nome tra i titolari quasi non ci credevo. Non me l’aspettavo. Ricordo tutto di quel giorno: le emozioni del prepartita, lo spogliatoio, il profumo della canfora. Sono ricordi che mi porto dentro ancora oggi”.

Dopo i primi passi al Brescia tra i pro, arriva la Juventus: cosa rappresentò quel passaggio e che impatto fu?
“È stata un’esperienza straordinaria. Era l’estate successiva ai Mondiali del 1990, c’era un entusiasmo incredibile. In squadra c’erano giocatori come Roberto Baggio e Totò Schillaci, che in quel momento erano praticamente delle rockstar. Io ero molto giovane, ma ebbi la fortuna di giocare 25 partite e ritagliarmi il mio spazio. È stata una tappa fondamentale della mia carriera”.

Mister, non tutti lo sanno ma quando ha giocato a Napoli lei ha indossato in più di un’occasione la maglia numero 10 che poi è stata ritirata: ci racconta quell’esperienza e se quella maglia era effettivamente più ‘pesante’ delle altre al San Paolo?
“È un grande orgoglio. All’epoca non esistevano i numeri fissi come oggi, si giocava dall’1 all’11. Però posso dire ai miei figli di aver indossato la numero 10 in due club storici del calcio italiano come Juventus e Napoli. È un ricordo bellissimo. Dopo una partita proprio tra Juve e Napoli andai a chiedere la maglia a Maradona ma mi disse che gliel’aveva appena chiesta Casiraghi. Mi è rimasto il rammarico di non averla potuta avere. Sarebbe stata una maglia straordinaria da conservare”.

Corini è stato uno dei protagonisti delle due fasi del ‘miracolo Chievo’. Qual era il segreto di quella squadra?
“Il segreto era la passione del presidente Campedelli, la competenza di Giovanni Sartori e le idee innovative di mister Delneri. In quel periodo il suo modo di giocare era rivoluzionario: difesa alta, gioco aggressivo e identità forte. Vincemmo la Serie B e facemmo grandi campionati anche in Serie A”.

Un’altra esperienza importante per il Corini calciatore è stata quella con il Palermo. Che squadra era quella che arrivò dalla Serie B fino alla Coppa UEFA?
“Era una squadra costruita con un’idea diversa rispetto al Chievo. Il direttore Rino Foschi e il presidente Zamparini volevano portare subito il Palermo ad alti livelli. Vincemmo la Serie B e poi arrivammo subito a lottare per l’Europa. Sfiorammo la Champions League e gettammo le basi per un ciclo importante del club”.

In tanti ricordano Chievo, Palermo, Brescia ma pochi da dove è partita la sua Carriera da tecnico: era con il Portogruaro nel 2010 ma si concluse molto presto con le dimissioni. Perché?
“C’erano stati degli accordi sulla costruzione della squadra che non venivano rispettati. Anche se ero un allenatore molto giovane, pensai fosse giusto fare un passo indietro. Credo che le scelte che fai all’inizio della carriera dicano molto sul tipo di professionista che vuoi essere”.

Corini ha vissuto tanti momenti belli ma ci sono stati anche diversi esoneri e situazioni difficili: come affronta psicologicamente i momenti di crisi come allenatore?
“Non è semplice. Quando lavori in un club dai tutto te stesso e quando improvvisamente finisce è come passare da cento all’ora a zero. Però fa parte del nostro mestiere. Bisogna riflettere, capire cosa migliorare e crescere anche attraverso le esperienze negative”.

Si dice spesso che i giovani di oggi siano diversi rispetto a quelli di una volta. Lei cosa ne pensa?
“Non mi piace la frase ‘ai miei tempi’. Il mondo cambia e bisogna capirlo. Io ho quattro figli di età diverse e vedo le evoluzioni anche in casa. Ho grande fiducia nei giovani. Il mio lavoro è creare connessione con loro, capire il loro stato d’animo e aiutarli a crescere come uomini e come calciatori”.

Se le dico 1° maggio 2019 (giorno della promozione in Serie A con il Brescia), dove va la sua mente?
“Una giornata straordinaria. Vincemmo con l’Ascoli e conquistammo la promozione in Serie A con il Brescia. Ricordo ancora la gente allo stadio, l’entusiasmo della città. Sono emozioni che restano dentro per sempre”.

Da Bagnolo Mella allo stadio Rigamonti sono circa una ventina di km, poco più: prima ci è passato da tifoso, poi da calciatore e in più fasi da allenatore. Ci racconta la differenza di sensazioni e di emozioni per chi ha la fortuna e l’onore di poter rappresentare la squadra della propria città?
“È qualcosa di speciale. Ho vissuto il Brescia da tifoso, da giocatore e da allenatore. Non capita a tutti di rappresentare la propria città in tutte queste fasi della vita”.

Guardando al presente: qual è l’obiettivo per questo finale di stagione, dato che il Brescia, come abbiamo detto in precedenza, è tra le favorite in vista dei play-off di Serie C?
“La priorità è recuperare i giocatori e uscire dall’emergenza che stiamo vivendo da mesi. Vogliamo arrivare ai playoff nel miglior modo possibile, con entusiasmo e con la consapevolezza che stiamo costruendo le basi per un progetto importante per il futuro del Brescia”.

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