Comportamenti discriminatori verso gli arbitri in aumento. Lo Cicero: "Cambiare la cultura"

Inasprire le pene (come succede anche per la giustizia ordinaria) non è servito. Da questa stagione – per contrastare una tendenza stabile nel calcio dilettantistico degli ultimi anni, quella dei comportamenti violenti e discriminatori (gesti e parole) nei confronti degli arbitri da parte di calciatori, allenatori, dirigenti e tifosi – la Federazione aveva deciso di calcare la mano nel sanzionare chi risultato colpevole, attraverso un incremento delle squalifiche e delle multe comminate a tesserati e società. Il Giudice Sportivo, ogni giovedì (è capitato anche ieri), ci sta suggerendo che non solo la mossa non si sta dimostrando un deterrente efficace, ma che al contrario il numero dei casi si sta alzando, anche quello relativo ai più gravi. Insulti razzisti, omofobi, che si sfogano contro avversari e, soprattutto, classe arbitrale.

Ogni settimana si legge di almeno una squalifica di 10 giornate (o più mesi di inibizione quando l’interessato è un dirigente). L’articolo di giustizia sportiva più coinvolto è il numero 28, quello sui “comportamenti discriminatori”, soprattutto nei punti 1: “Costituisce comportamento discriminatorio ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporta offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine anche etnica, condizione personale o sociale ovvero configura propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori”; 4: “Le società sono responsabili per l’introduzione o l’esibizione negli impianti sportivi da parte dei propri sostenitori di disegni, scritte, simboli,  emblemi o simili, recanti espressioni di discriminazione. Esse sono responsabili per cori, grida e ogni altra manifestazione che siano, per dimensione e percezione reale del fenomeno, espressione di discriminazione”; e 5: “Le società sono responsabili delle dichiarazioni e dei comportamenti dei propri dirigenti, tesserati, soci e non soci […] che in qualunque modo possono contribuire a determinare fatti di discriminazione o ne costituiscono apologia. La responsabilità della società concorre con quella del singolo dirigente, tesserato, socio e non socio”.

Vale la pena fare una riflessione in merito, per cercare di capire il contesto in cui questi dati e queste strutture si inseriscano. E, magari, provare a porre le basi per un dialogo costruttivo, che indirizzi verso possibili soluzioni. Le parole di Alessandro Lo Cicero, presidente dell’Associazione Arbitri Brescia ed assistente di Serie A, gettano una prima traccia di questo cammino da fare insieme.

“In questo periodo sto girando la provincia per incontrare le società sul tema del doppio tesseramento, ma una delle tematiche che affronto è quella del rispetto dei ruoli, del rispetto degli arbitri, ma in generale del rispetto dell’altro e delle difficoltà dell’altro. In queste serate mostro dei filmati tecnici di partite giovanili e faccio fare gli arbitri ai giocatori. Do chiavi di lettura su come riconoscere le situazioni, però poi li spiazzo, li metto di fronte ad una decisione. Quando vedono che prendere una decisione corretta non è così semplice, si rendono conto di cosa possa significare fare l’arbitro. Poi in quegli incontri siamo seduti, abbiamo il fermo immagine, il replay… cose che in campo non ci sono. Questi appuntamenti servono per fare cultura, per spiegare sì qualcosina di regolamento, ma in generale per cercare di sensibilizzare i ragazzi giovani rispetto a situazioni che non hanno mai visto sotto il punto di vista dell’altro”.

“Questa è la radice del problema. In Italia manca la cultura sportiva, mi pare evidente guardando al resto dell’Europa. In Inghilterra, Germania ed altri Paesi dell’arbitro si parla veramente poco, le decisioni vengono rispettate, gli errori sono accettati perché parte del gioco, non se ne fanno drammi. Ciò che manca a noi rispetto a loro e che potrebbe fare davvero la differenza è l’obbligatorietà per i ragazzi dello studio del regolamento. In Inghilterra ogni società ha un formatore che, oltre ad insegnare ai calciatori, fa da collante tra arbitri e società. Questo da loro esiste da più di 20 anni e ha portato a rispetto e tolleranza”.

“Abbiamo notato anche noi che i casi sono in aumento rispetto agli anni passati. Io ci leggo un’uscita definitiva dal periodo Covid. Nei due anni seguenti alla pandemia c’è stata una lenta ripresa delle attività agonistiche e più tolleranza nei confronti delle altre persone. Adesso la pandemia è un ricordo e quei freni non ci sono più, siamo tornati ai comportamenti pre-Covid”.

“Tengo a precisare che il codice è stato rivisto ed inasprito nelle pene non dagli arbitri, ma dalla Federazione. Gli arbitri fanno rispettare il regolamento, scrivono il referto, di conseguenza il Giudice Sportivo prende dei provvedimenti. La stessa situazione che fino all’anno scorso era punita con 2 giornate, come l’offesa all’arbitro, adesso ha una pena minima di 4 giornate. L’obiettivo era cercare di sensibilizzare, l’inasprimento doveva fare da deterrente ai comportamenti scorretti. Devo essere onesto: non vedo un grande effetto. Come tutte le cose però ha bisogno di tempo per essere metabolizzato, quindi tutte queste squalifiche pesanti speriamo portino ad un cambiamento dal prossimo campionato”.

“Quello che tante società ci chiedono è come mai gli arbitri improvvisamente abbiano aumentato la ‘cattiveria’ nello scrivere i referti. Ecco, non è così. Ribadisco, non è l’arbitro che infligge un provvedimento sportivo, ma il Giudice. Per lo stesso ‘reato’ la pena adesso è doppia. Vale anche per i dirigenti, anzi, a maggior ragione per loro, perché non è tollerabile, in particolar modo nelle categorie giovanili, che un adulto debba offendere un giovane arbitro. Lo vedo anche io quando osservo dalla tribuna gli arbitri, assistendo a scene in campionati Giovanissimi e Allievi, dove a mio parere l’obiettivo dovrebbe essere ancora insegnare a giocare a calcio, formare dei giovani calciatori, finalizzare la formazione all’aspetto tecnico; e invece noto accanimento verso gli arbitri, le loro decisioni, rifiuto dei più giovani. Ma sbagliare è parte dell’apprendimento”.

“Gli arbitri iniziano dalle categorie Giovanissimi ed è logico che quando iniziano non sono esperti, devono completare la formazione, e devono poter sbagliare. Sbagliando imparano a fare gli arbitri. E invece, pur avendo il tutor a bordocampo, vengono contestati in maniera inaccettabile. Ho assistito a scene dove i dirigenti entravano in campo, esultavano, venivano alle mani. Queste cose qua sono inaccettabili. Quando la frustrazione per un risultato, per la classifica in campionato, va a ripercuotersi su minorenni alle prime armi, non si può accettare. Questa è la cosa più allarmante. Va fatta tanta cultura sportiva e l’auspicio è che le società selezionino dei formatori che siano all’altezza di questo compito. Non si tratta solo di trovare allenatori capaci tecnicamente, ma persone in grado di trasmettere valori ai giovani e far sì che i calciatori in campo abbiano dei comportamenti idonei”.

“Appesantire le pene non basta. Bisognerebbe trovare metodi complementari per fare cultura sportiva. Una soluzione potrebbe essere proprio rendere obbligatorio lo studio del regolamento. Parallelamente, potenziare l’esperienza del doppio tesseramento, che noi stiamo verificando essere qualcosa di molto molto positivo, ma che ancora non ha preso piede, perché abbiamo circa una quindicina di doppi tesserati su 200 società bresciane. Se le società capissero l’importanza di questo progetto, e riuscissero almeno sui Giovanissimi a far partecipare il capitano o comunque un giocatore rappresentativo, che potesse venire a fare il corso arbitri e provare l’esperienza da arbitro almeno qualche partita, sicuramente porterebbe grossi passi avanti. Aiuterebbe a sensibilizzare calciatori e dirigenti in maniera diretta. Lo vediamo nelle società che hanno sposato questa iniziativa. Noi ci stiamo mettendo tanto impegno, ce ne vorrebbe altrettanto da parte di Federazione e club”.

 

Matteo Carone

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