dal Corriere-Brescia
Alla fine del primo decennio del Duemila Stefano Tosoni era un ventunenne che aveva appena deciso di abbandonare il gioco per intraprendere la strada della direzione sportiva nel club del suo paese, la Calvina di Calvisano. Seconda Categoria provinciale. Il suo campanile è sempre stato in realtà di misure ancora più umili: Mezzane, frazione di Calvisano, cinque centinaia di abitanti e un torneo di calcio a 6 estivo orgoglio di un’intera comunità. Ci torna ancora, Tosoni, sul campo del suo oratorio, a giugno, per mangiarsi un panino e bere una birra con gli amici. Ma senza farsi troppo notare. Sì perché oggi è il direttore sportivo del Desenzano, società nata dal titolo sportivo della Calvina, arrivata quest’anno in Serie C dopo la vittoria del girone di Serie D nella passata stagione. Da quella Calvina di Seconda a questo Desenzano che oggi si presenta al Rigamonti per affrontare il Brescia nel primo derby bresciano, Tosoni è il fillo rosso che attraversa gli anni e le categorie.
«Ricordo i tempi di Calvisano, coi presidenti Vaia e Taffelli, amici che sento ancora spesso. Mi diedero fin da subito grande fiducia. Gestivo la squadra insieme a Battista (Battaglia, ndr), ho iniziato con lui e da lui ho imparato tanto. Il nostro è stato un percorso importante, dalla Seconda alla Serie D, senza mai acquisire categorie o fare fusioni. A quel punto la situazione era sovradimensionata, serviva un aiuto e, tramite Olli, ho conosciuto Marai. Serviva qualcuno che amministrasse, diedi la mia disponibilità. Fu come ricominciare da zero».
Nell’estate 2019 arriva Marai e cambia connotati alla società: prima Desenzano Calvina con trasferimento in riva al lago, poi solo Desenzano. Ma soprattutto, ambizioni importanti. In otto anni di D sono cambiati tanti ruoli dirigenziali, ma lei è rimasto sempre lì.
«Col presidente negli anni è nato un rapporto di profonda fiducia, condivisa con l’amministratore delegato Ariano. Abbiamo passato anche anni di difficoltà, momenti di riflessione, ma il legame è rimasto solido. Un anno fa è stata sua la scelta di darmi la responsabilità sportiva, dopo la separazione con Laurino. Tornare a fare il diesse a quel livello è stata una presa di responsabilità non indifferente, ma non ho mai avuto timore a prendermele, da Calvisano ad ora, per chi fa il mio lavoro è normale. Per vincere il campionato, più del mio contributo penso abbia giocato una parte importante la maggior partecipazione del presidente, intervenuto in prima persona in molte decisioni. Per quanto mi riguarda, credo di aver soprattutto raccolto i frutti del lavoro dei tanti altri professionisti passati da Desenzano in questi anni».
Dai campi screpolati della bassa bresciana allo stadio che è stato anche di Roby Baggio il salto è enorme.
«Da bresciano, figlio e nipote di bresciani, sento la partita di oggi con una certa emozione, non lo posso nascondere. Vivo in città da circa 20 anni, dalle finestre del mio balcone vedo il Rigamonti. È il primo stadio in cui sono entrato da piccolo, da ragazzino andavo in curva, ora ci sarò dentro come attore e non come spettatore. Una soddisfazione mia e di tutte le persone che hanno condiviso con me il percorso fino a qua. Ci saranno anche gli amici di Calvisano. Che tiferanno Brescia, ovviamente».
Il Desenzano di Marai è riuscito ad arrivare in C dopo averci provato dal suo insediamento, nel 2019. Questa è l’estate del vero cambio di fisionomia.
«Un’estate impegnativa e tribolata. Quando passi ai pro non è solo discorso di costruzione di squadra e staff, ma anche di gestione degli obblighi amministrativi e infrastrutturali che ti portano a muoverti su tanti fronti. Siamo partiti subito cercando di strutturarci, mettendo dentro persone competenti. Se trovi le persone giuste sei già a buon punto e penso che le abbiamo trovate».
Dopo due pareggi in campionato e due passaggi del turno in Coppa Italia di Serie C, col Brescia arriva il primo confronto interno in un girone con ben quattro bresciane.
«L’Union ha un obiettivo diverso dalle altre tre, che vogliono mantenere la categoria. Vincere non è mai scontato, l’abbiamo provato anche noi sulla nostra pelle. Rispetto alle altre due non bestemmio se dico che possiamo avere valori simili. L’Ospitaletto ha più giovani ma ha già fatto la C, il Lumezzane quella con più storia in categoria. Noi abbiamo l’incognita del salto ed inizialmente non giocheremo nemmeno a Desenzano, fattore non da sottovalutare».
Salvarsi oggi per fare cosa, domani?
«L’obiettivo a breve è mantenere la categoria e nel mentre capirla, prendere confidenza con questa nuova dimensione. Societariamente è quasi un salto nel vuoto. Poi abbiamo sempre cercato di crescere e continueremo a provarci, Marai è una persona che ha sempre cercato di alzare l’asticella, consapevole dell’onere anche economico e di quanto sia difficile. La crescita dipenderà dalla nostra bravura nel far diventare sempre più grande e partecipata l’idea della squadra del Lago di Garda, coinvolgere sempre più gente. Anche nella nostra comunicazione, se avete notato, il territorio è al centro: serve creare vera identità, senso di appartenenza. Lo stiamo osservando da qualche mese: il lavoro comincia a dare i suoi frutti».
